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Giustizia

Contro il sovraffollamento, la soluzione non può essere aprire le celle

La detenzione domiciliare diventa realtà. Chi potrà averla? Condannati con pena fino agli otto anni che aderiscano ad un percorso terapeutico.

di Alberto Filippi -


La Camera ha approvato in via definitiva la legge che introduce la detenzione domiciliare per i condannati tossicodipendenti o alcoldipendenti con pena, anche residua, fino a otto anni, a condizione che aderiscano a un percorso terapeutico di recupero.

Nordio e la “riforma epocale”

Il ministro Nordio l’ha definita senza mezzi termini una riforma epocale, capace di svuotare le celle di diecimila persone e di restituire dignità a chi, prima ancora che un delinquente, sarebbe un malato da curare.

Sulla carta il ragionamento fila liscio, quasi commovente nella sua semplicità: chi delinque sotto la spinta di una dipendenza andrebbe curato, non punito, e curandolo si spezzerebbe il circuito della recidiva. Peccato che dietro questa architettura teorica, elegante quanto un teorema, si nasconda una idiozia clamorosa, e lo dico da uomo di destra che su questi temi non transige.

La detenzione domiciliare

Partiamo dal primo nodo, quello più politico e più doloroso per chi come me ha sempre creduto nella certezza della pena come architrave dello Stato di diritto: si scrive una norma che va nella direzione esattamente opposta a quella promessa in campagna elettorale, quando il centrodestra si presentava agli elettori come lo schieramento della fermezza, del carcere che deve significare carcere, della pena che deve essere scontata e non negoziata come un mutuo in banca con rate agevolate per categorie fragili.

E invece eccoci qui, con un provvedimento che introduce un meccanismo simile a un patteggiamento sul percorso di cura, che permette a chi ha commesso reati anche gravissimi, fino a otto anni di pena, di evitare il carcere se dimostra di essere tossicodipendente o alcolista. Non è un dettaglio tecnico, è un cambio di paradigma che tradisce l’elettorato che ha creduto in una linea di rigore.

L’obiettivo della politica penitenziaria

Il secondo problema è ancora più semplice da spiegare, ma proprio per questo ancora più grave: il vero obiettivo della politica penitenziaria non dovrebbe essere quello di alleggerire le carceri, bensì quello di liberare le città e le strade dai delinquenti, di restituire sicurezza ai cittadini onesti che ogni giorno subiscono furti, aggressioni, rapine.

Carceri e sovraffollamento: la soluzione?

Se il problema diventa il sovraffollamento e la soluzione è aprire i cancelli anziché costruire nuove strutture, assumere personale, velocizzare i processi, allora si sta semplicemente spostando il problema fuori dalle mura, riversandolo di nuovo sulla società che quella pena l’aveva chiesta e attesa come forma di giustizia e di riparazione.

Il sovraffollamento è un problema serio, nessuno lo nega, ma la risposta non può essere quella di svuotare le celle scegliendo con un criterio che sa più di emergenza contabile che di reale valutazione della pericolosità sociale.

Il vero problema

E arriviamo al cuore della questione, quello che a me pare il più clamoroso di tutti: proprio l’alcolista e il tossicodipendente sono, per definizione, tra i soggetti potenzialmente più pericolosi per la collettività, perché privi di quei freni inibitori che normalmente regolano il comportamento umano.

Una persona in astinenza può agire senza il controllo della ragione, può diventare violenta, così come può diventarlo sotto l’effetto di sostanze o alcol.

Non è un pregiudizio, è una realtà che lo stesso ordinamento riconosce altrove: il codice della strada considera reato gravissimo guidare sotto l’effetto di alcol e stupefacenti, proprio perché quello stato altera il giudizio e la capacità di controllo.

Ora si approva una legge che va nella direzione opposta a questa logica: se commetti un reato, anche contro la persona, fino a otto anni di pena, l’essere drogato o alcolista diventa quasi un’attenuante di fatto, un lasciapassare per tornare a casa ai domiciliari.

Ma è proprio a casa, ai domiciliari, che una persona con questo tipo di dipendenza trova più facilmente le sostanze di cui ha bisogno, ben più che in una cella sorvegliata.

Un impegno alla rieducazione teorico, sulla carta, che si scontra però con la realtà di un soggetto costantemente esposto alla tentazione della propria dipendenza, senza sapere davvero come andrà a finire quel percorso.

C’è poi una contraddizione di sistema che salta agli occhi: questa legge va contro la ratio stessa di altre norme dello stesso ordinamento, come quelle inserite nel codice della strada che puniscono severamente chi guida sotto l’effetto di alcol e droghe proprio perché quello stato è considerato aggravante e non attenuante.

Non si può, nello stesso impianto normativo, trattare la dipendenza come un’aggravante quando si è al volante e come un’attenuante quasi automatica quando si è imputati di un reato penale.

È una schizofrenia legislativa che indebolisce la credibilità stessa dello Stato.

E infine c’è la domanda più semplice e più politica di tutte: a chi guarda davvero questa legge? Non al cittadino onesto che chiede giustizia, che chiede di poter camminare tranquillo per strada, che chiede che la pena inflitta a chi lo ha danneggiato venga effettivamente scontata.

Questa norma guarda altrove, guarda ai bisogni della popolazione carceraria, a chi ha commesso reati anche gravi, fino a otto anni di pena non è certo un dettaglio da poco. Manca un anno alle elezioni, e con tutte le urgenze reali che il Paese ha davanti, credo che questo messaggio politico andasse evitato da un governo che tante cose buone ha fatto in questi anni, ma che su questo dossier ha certamente calpestato qualche buccia di banana di troppo.

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