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Giustizia

I mostri, i santi e i giudici dell’altro ieri

Tra retorica giustizialista e gogna mediatica: il caso Toti dimostra come il corto circuito tra Procure e TV continui a stravolgere la politica italiana

di Anna Tortora -


Ci vuole un talento sovrumano per trasformare un’inchiesta giudiziaria in un kolossal morale, e a Genova bisogna dare atto che non si sono risparmiati. Per mesi ci siamo fatti raccontare la Liguria come una sorta di Tortuga del Mar Ligure, dove ogni banchina nascondeva una tangente, ogni delibera nascondeva un reato e ogni stretto di mano tra un politico e un imprenditore richiedeva il pronto intervento dell’Arma dei Carabinieri.

Poi, quando i riflettori si spengono e i faldoni smettono di fare rumore sulle scrivanie dei talk show, la realtà (quella noiosa, fatta di norme e carte bollate) torna a bussare alla porta.

Il caso Toti e il garantismo: patteggiamento e domiciliari

L’ex governatore Giovanni Toti, dipinto per settimane come la causa primaria di tutti i mali della Regione, ha definito il procedimento principale con un patteggiamento a due anni e tre mesi per corruzione per l’esercizio della funzione e finanziamento illecito, con la pena convertita in 1.620 ore di lavori di pubblica utilità. Prima di quel patteggiamento era stato sottoposto agli arresti domiciliari per quasi tre mesi, dal 7 maggio al 1° agosto 2024.

Il patteggiamento va letto per quello che è: la definizione del procedimento attraverso un accordo sulla pena. Ma il vero tema è un altro, ed è molto più grande del caso Toti: la pena politica e mediatica può arrivare prima della sentenza, mentre gli effetti sulla carriera e sulla vita pubblica di una persona diventano irreversibili molto prima che la giustizia abbia detto l’ultima parola.

È qui che il garantismo torna a essere una questione concreta. La presunzione di innocenza vale soprattutto quando l’indagato è un politico che finisce sulle prime pagine, quando le immagini degli arresti fanno il giro delle televisioni e quando un’inchiesta diventa immediatamente una storia di buoni e cattivi. Una democrazia seria dovrebbe essere capace di distinguere tra un’accusa, una misura cautelare, un processo e una condanna. Quattro cose diverse, che nel circo mediatico-giudiziario finiscono troppo spesso dentro lo stesso calderone.

Nel frattempo, per chiunque avesse già preparato le toghe della festa, pregustando accuse ben più fosche e romanzi di mafia sulla Riviera, il quadro giudiziario ha assunto contorni assai più articolati. Le contestazioni relative alla corruzione elettorale e al voto di scambio hanno seguito un percorso distinto rispetto al procedimento definito con il patteggiamento. Ed è proprio questa complessità a rendere ancora più surreale la semplicità della narrazione televisiva con cui, nei primi giorni dell’inchiesta, tutto sembrava già scritto.

Quando la politica cancella prima della giustizia

Certo, quando arrivano gli sviluppi giudiziari sono passati mesi. La giunta è caduta, Toti si è dimesso, le elezioni regionali si sono celebrate e la vita politica della Liguria è stata riscritta. La misura cautelare e l’enorme esposizione mediatica hanno prodotto conseguenze politiche quando il procedimento era ancora lontano dalla sua definizione. Il patteggiamento è arrivato sette mesi dopo gli arresti domiciliari.
Ed è qui che il caso Toti diventa qualcosa di più del caso Toti. Una democrazia liberale dovrebbe chiedersi quanto sia accettabile che una persona venga politicamente cancellata mentre il procedimento giudiziario è ancora in corso. Perché una misura cautelare ha una funzione precisa, un processo ne ha un’altra e una sentenza ne ha un’altra ancora. Confonderle significa trasformare la giustizia in uno strumento di delegittimazione politica.

Il garantismo vale anche per chi ci sta antipatico

La vera costante del nostro dibattito pubblico resta l’amnesia. Ci piace la retorica del “sistema” da abbattere, ci entusiasma il tintinnio delle manette, ci appassionano le dirette televisive davanti alle Procure. Poi, quando la vicenda entra nella fase più prosaica delle carte, delle motivazioni e delle distinzioni giuridiche, l’interesse svanisce.

Il problema è il metodo: prima arriva la sentenza televisiva, poi quella politica, infine — quando arriva — quella giudiziaria. Nel frattempo una carriera può essere compromessa, una legislatura interrotta e un’intera comunità chiamata ad assistere al consueto spettacolo del giustizialismo a reti unificate.
Il garantismo, allora, non è un salvacondotto per i potenti. È una regola che dovrebbe valere soprattutto quando il potente ci sta antipatico. Significa pretendere che un’accusa resti un’accusa, che una misura cautelare resti una misura cautelare e che la responsabilità penale venga accertata nelle aule di giustizia, anziché negli studi televisivi.

Perché il vero scandalo, alla fine, è sempre lo stesso: scambiare l’indagato per il colpevole e scoprire solo dopo che, nel frattempo, la politica ha già celebrato il funerale.
Un modello efficientissimo, a patto che il prossimo sulla lista non sia mai uno di noi.

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