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Giustizia

Referendum 2026: il caso del manifesto della Giustizia in croce

Porto San Giorgio: la Giustizia si mette in croce per salvare lo status quo. Analisi di una scelta comunicativa che usa il sacro per fini di parte

di Anna Tortora -


La Giustizia in croce: la scelta simbolica del NO

Come resistere alla sirena, al fascino indiscreto di un manifesto? I magistrati non fanno eccezione. E, in questo caso, i promotori del NO non si fermano più: sono all’attacco dell’unico potere in grado di fronteggiarli, quello politico. A Porto San Giorgio, proprio sotto lo stemma ufficiale del Comune, è andata in scena una rappresentazione che solleva seri dubbi di opportunità. Vedere la Giustizia, rappresentata come una martire bendata e inchiodata a una croce di legno, trasforma un dibattito tecnico in una questione di pura emotività simbolica.

A dare voce allo sconcerto per questa iniziativa è stato Luigi Bobbio, magistrato di lungo corso, già sindaco e già senatore della Repubblica, che dal suo profilo Facebook ha manifestato una profonda indignazione. Il fatto che la critica arrivi da una figura che conosce profondamente l’istituzione giudiziaria conferma che il manifesto ha valicato il confine del comune buonsenso, portando il sacro su un terreno che dovrebbe appartenere esclusivamente alla dialettica democratica e al diritto.

La Croce come strumento di propaganda

Utilizzare il simbolo supremo del sacrificio cristiano per difendere l’attuale assetto della magistratura è una scelta che lascia perplessi. La Croce appartiene a una sfera di significato che trascende la competizione elettorale. Qui, invece, sembra diventare un paravento comunicativo volto a colpire la sensibilità dei cittadini e a distoglierne lo sguardo dal merito della riforma.
È una strategia che punta tutto sulla suggestione: quando il confronto sulle norme si fa difficile, si preferisce l’estetica del martirio. Dipingersi come vittime di una persecuzione istituzionale per evitare di affrontare il tema della responsabilità civile o della separazione delle carriere è un azzardo comunicativo. Questo manifesto segna un punto di rottura rispetto al decoro che dovrebbe contraddistinguere la comunicazione di chi amministra la Giustizia.

La sovranità popolare oltre la simbologia

In democrazia, il confronto verte sui contenuti della legge, non sulla sacralizzazione di una delle parti in causa. Il tentativo di richiamare l’iconografia del martirio sposta il baricentro dal merito dei fatti alla forza evocativa delle immagini. Tuttavia, la democrazia ha i suoi anticorpi: la consapevolezza degli elettori.
Il voto del 22 e 23 marzo 2026 riporterà il dibattito sui binari della realtà terrena. I cittadini sono chiamati a valutare l’efficienza e la trasparenza di un servizio pubblico fondamentale. Sarà la matita nell’urna, e non la forza d’urto di un manifesto ( un po’ blasfemo) a stabilire il futuro della giustizia. Il popolo, nel segreto del seggio, saprà distinguere tra la propaganda d’immagine e la necessità di una riforma che risponda alle esigenze concrete del Paese.

Toghe e croci

Assistere alla scelta di rappresentare la Giustizia attraverso una “Passione” scenografica tra le strade di una città è un fatto che lascia profondamente amareggiati. Sembra quasi che, di fronte alla prospettiva di un cambiamento, si preferisca invocare la pietà popolare piuttosto che entrare nel merito delle nuove norme.

Cari promotori del NO, l’indipendenza della magistratura è un valore costituzionale, non un dogma da difendere con i simboli del martirio. Sostituire il dibattito tecnico con una croce può catturare lo sguardo per un istante, ma difficilmente convincerà chi dalla giustizia si aspetta equilibrio, umiltà e tempi certi.
Il 23 marzo il confronto tornerà nelle mani dei cittadini. Sarà allora che vedremo se gli elettori cercano icone da venerare o, più semplicemente, tribunali che funzionino per tutti, senza bisogno di messinscene, offensive per i cristiani, che poco hanno a che fare con il diritto.

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