In arrivo nuove tariffe per 60 Paesi nel mondo. E Hormuz resta chiusa
La guerra commerciale permanente di Trump. Tariffe scontate. The Don ha lasciato passare i Mondiali per ricominciare a giocare coi dazi. Tocca al Canada fronteggiare nuove gabelle. La Casa Bianca ha intenzione di imporre il 50 per cento su beni e servizi per un volume d’affari complessivo pari a venti miliardi di dollari. Dice, Trump, che quei cattivoni di Ottawa stanno ostacolando l’export americano. Non comprano più formaggi, né automobili. E lui reagisce tassando il cemento e le mazze da hockey. Non tocca, chissà perché, né l’energia e nemmeno i minerali critici. Quelli resteranno fuori dal perimetro dei nuovi dazi, insieme al potassio e all’import Usa di pesce. La questione sembrava potersi chiudere lì, come un affare tutto nordamericano. Mark Carney, il primo ministro canadese, aveva detto di essere disposto a intensificare gli sforzi per riallacciare il dialogo tra le parti. Sulla scorta, beninteso, di dichiarazioni e lavori preliminari già fatti.
Trump e una guerra commerciale permanente
Poi, però, la notizia che ha atterrito i mercati è arrivata dal Financial Times quando, in Italia, era da poco passata l’ora di pranzo. Occhio, ha avvertito il quotidiano economico-finanziario britannico, che Trump ha intenzione di non lasciar passare la settimana senza aver imposto nuovi dazi a decine di Paesi. Come se non bastassero i danni, nemmeno troppo collaterali, scatenati al (resto del) mondo dalle sue avventure belliche in Medio Oriente. L’Europa, dopo il Canada e prima ancora il Brasile (raggiunto da tariffe al 25%), sarà la prossima sulla lista del tycoon. Sarebbero addirittura 60 i Paesi del mondo a rischio di nuovi dazi. In pratica, la Casa Bianca studia una sorta di rilancio delle tariffe attualmente in vigore e che sono in scadenza al 24 luglio prossimo. E che scriveranno un nuovo capitolo della guerra commerciale di Trump.
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Più pesanti e più lunghi: come cambieranno i dazi americani
Oggi i dazi sono al 10 per cento, Trump vorrebbe alzare l’aliquota al 12,5%. Così facendo, in un colpo solo, il presidente bypassa i rilievi della Corte Suprema e rafforza, con il riferimento al Trade Act del 1974, la sua strategia protezionista. Invece della Section 122, che richiede un intervento del Congresso per un’eventuale conferma e concede l’efficacia delle gabelle per 150 giorni, la Casa Bianca punterebbe alla Sezione 301 che gli consentirebbe di imporre dazi per una durata temporale di quattro anni. Ma che andrebbero motivati da un’approfondita indagine. In teoria, poi nella pratica chissà. A Trump, al momento, interessa solo esercitare tutto il potere di fuoco dell’economia americana. Se non altro, per scaricare sul (resto del) mondo i problemi che ha in patria. Dove la benzina è arrivata a costare quattro dollari al gallone. Un prezzo che, da noi, sarebbe benedetto. Ma che in America è mostruosamente alto.
Per l’Ue il vero dazio resta Hormuz
Per l’Europa non è per niente una buona notizia. Il vero dazio, per Bruxelles, si chiama Hormuz. E, adesso, rischia di dover pagare pure l’eventuale chiusura di Bab el Mandeb da parte degli houthi. L’energia è il nodo e mai come adesso si conferma tale. I dati Terna hanno rivelato che, a giugno 2025, s’è registrato il valore mensile di domanda di corrente più alto da dieci anni a questa parte. La variazione dei consumi è in territorio più che positivo. L’Italia, da Trento a Lampedusa, ha fame di energia.
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La sfida a difesa di Big Tech
Per soprammercato, Trump ha deciso che la guerra tra l’Ue e Big Tech va risolta. Una volta e per sempre. E bisogna farlo in seno all’Onu che, evidentemente, è tornata a essere utile. Va firmata, stando a quanto riporta Politico, una dichiarazione che tuteli, sempre e comunque, la libertà di parola e di espressione. Così da mettere, subito, in fuorigioco l’Ue e i suoi richiami alla responsabilità rispetto ai social e ai padroni del vapore digitale. Con la scusa della libertà, si tutelano gli interessi (economici prima e strategici poi) della Silicon Valley.