L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

I numeri arrestano la sicurezza

di Giuseppe Tiani -


Dalla contesa sui dati del Viminale alle lezioni di Ceuta e Copenaghen emerge una cultura politica crepuscolare che, divisa sulle soluzioni, non dovrebbe negare i fattori criminogeni del Paese. Il Dossier del ministero dell’Interno registra nel primo semestre 2026 un calo del 10 per cento dei delitti rispetto allo stesso periodo del 2025, 1.068.240 contro 1.186.268. Diminuiscono anche gli sbarchi e aumentano i rimpatri. È una buona notizia. Quando arretrano criminalità e immigrazione irregolare guadagna il Paese, non soltanto chi governa. Matteo Mauri, responsabile Sicurezza del Pd, contesta la base del confronto. Il dato del primo semestre 2025 già comunicato dal ministero era di 1.140.825 delitti. Assumendolo, la flessione sarebbe del 6,4 per cento. Una differenza che il Viminale dovrebbe chiarire pubblicando date di estrazione, revisioni e criteri. Ciò non prova una manipolazione.

Le banche dati si aggiornano e le classificazioni vengono riviste. Chi conosce il Servizio Analisi Criminale sa che i dati richiedono mesi per consolidarsi. Propaganda e ambizioni, soprattutto quando i generali bussano alla politica, non sempre possono aspettare. La maggioranza seleziona l’intervallo del successo, l’opposizione quello del fallimento.

I numeri cessano di essere conoscenza condivisa e diventano armi improprie. È la povertà della nostra cultura pubblica. Ma la sicurezza non è soltanto la somma dei reati denunciati. Contano quelli che non emergono, le differenze territoriali e la libertà di chi teme una strada o una stazione di sera. Contano organici e distribuzione della Polizia di Stato e delle altre forze di polizia, stipendi, mezzi, formazione e controllo del territorio.

Al Viminale siede un prefetto. Matteo Piantedosi può essere criticato, ma possiede la cultura istituzionale di chi ha servito lo Stato prima di entrare nel governo, quindi la cultura civile della sicurezza è un argine alla degenerazione propagandistica. Non oso immaginare quel dicastero affidato a un politico formatosi nella destra securitaria, in competizione con chi trasforma ogni cronaca in comizio e ogni migrante in invasione. Ceuta è una lezione per l’Europa. L’Italia dovrebbe guardarla senza tabù. La Spagna del socialista Pedro Sánchez, sostenuto da una coalizione di sinistra, ha rafforzato il confine, cooperato con il Marocco e proceduto ai rimpatri.

Nelle ultime ore la Policía Nacional ha trasferito senza incidenti circa 1.800 migranti dagli accampamenti sulla spiaggia a strutture temporanee, mentre Madrid prepara il trasferimento di circa 500 minori non accompagnati. Non è cedimento né militarizzazione. È uno Stato che distingue tra chi non ha titolo per restare e chi deve essere protetto. Controllare una frontiera non è di destra o di sinistra, è responsabilità dello Stato. La democrazia custodisce i confini con la legalità e le persone con i diritti. Anche la Danimarca è guidata da una coalizione a prevalenza socialdemocratica. Mette Frederiksen ha legato il rigore sull’immigrazione alla sostenibilità del welfare, al lavoro e alla coesione sociale. Copenaghen dimostra che confini, rimpatri e criminalità non sono temi che la sinistra possa rimuovere senza perdere parte del proprio popolo.

Ma sostenibilità significa guardare tutta la realtà. In Italia risiedono 5,56 milioni di cittadini stranieri, oltre due milioni hanno acquisito la cittadinanza e gli irregolari sono stimati intorno alle 340 mila unità.

I lavoratori stranieri sono 2,5 milioni, il 10,5 per cento degli occupati. Se sparissero tutti, come nei sogni della propaganda in mimetica, prima di salvare il welfare ci ritroveremmo senza molte badanti, con cantieri e campi fermi e meno contributi per pensioni e sanità. Il generale di turno non si capacita che la sicurezza pubblica abbia natura civile e che governare fenomeni complessi richieda diritto, amministrazione e l’azione della Polizia di Stato e delle altre forze di polizia, coordinate dalle autorità civili, non posture da stato maggiore in guerra. Si invocano espulsioni indistinte mentre decreti-flussi e imprese cercano manodopera. Ma il bisogno economico non giustifica irregolarità, sfruttamento, degrado o mancata integrazione. Un Paese serio decide chi entra, garantisce diritti, pretende doveri e colpisce il lavoro nero.

Una parte della destra estrema trasforma la sicurezza in paura e rendita elettorale. Una parte della sinistra considera reazionarie persino le legittime politiche di governo e contrasto dell’immigrazione irregolare. L’una coltiva l’emergenza, l’altra la rimozione. Entrambe indeboliscono la sicurezza pubblica come bene comune. Ci si può dividere su CPR, asilo, cittadinanza, pene e rimpatri.

Non si può negare che l’immigrazione irregolare vada governata da istituzioni credibili, che le frontiere siano presidiate, chi non ha titolo rimpatriato secondo la legge e chi delinque perseguito ed espulso. Chi vive onestamente, lavora e si integra non può essere confuso con chi viola le leggi o disprezza la convivenza civile.

La sicurezza pubblica non appartiene alla destra e la dignità umana non appartiene alla sinistra. Sant’Agostino non conobbe il moderno linguaggio dei diritti, ma pose la giustizia come limite morale del potere e riconobbe l’unità della famiglia umana. Sicurezza civile e dignità appartengono alla Repubblica nata dall’antifascismo. Quando la politica le separa non difende confini o diritti, ma sé stessa. I cittadini non vivono di percentuali. Percorrono una strada, prendono un treno, aprono un negozio, accompagnano i figli a scuola. Solo una minoranza rumorosa invoca il manganello. La maggioranza chiede sicurezza e giustizia, per rendere concreta la promessa sociale e liberale della Costituzione.


Torna alle notizie in home