Riflettere dietro l’obiettivo: le immagini che costringono il mondo a guardare
Fotografo e documentarista guatemalteco, Sergio Izquierdo ha trasformato l’obiettivo in uno strumento di denuncia e sensibilizzazione. Sergio Izquierdo ci racconta la sua missione: scuotere le coscienze e promuovere il cambiamento attraverso la forza delle immagini.
Sergio, quando ha capito che la fotografia sarebbe diventata la missione della sua vita?
“Ci sono stati due momenti. Il primo è stato quando avevo 18 anni. Un mio cugino dei Paesi Bassi venne a trovarmi in Guatemala e lo accompagnai in diversi luoghi turistici. Uno di questi era il vulcano Pacaya. Durante la salita, un cane dal pelo chiaro ci seguì fino al cratere. Una volta arrivati, al tramonto, mi sdraiai a terra e, vedendo la fumarola del vulcano sullo sfondo e il profilo del cane illuminato dal sole, scattai una fotografia. In quel momento mi dissi: «Voglio pubblicare una fotografia su National Geographic». Era una sfida personale, non ancora una professione. Oggi, grazie a Dio, ho pubblicato più di cinquanta reportage sull’edizione cartacea della rivista e altri in formato digitale”.
E il secondo?
“Arrivò poco più di un anno dopo e fu quello decisivo. Mi trovavo alla foce del fiume Motagua, dove fotografai un uccello che stava morendo dopo aver ingerito della plastica. Fu allora che decisi di usare la macchina fotografica come uno strumento per toccare il cuore delle persone e cercare di promuovere un cambiamento collettivo”.
Molte sue immagini sono bellissime, ma anche profondamente scomode. Quanto è importante, oggi, che una fotografia non si limiti a emozionare ma spinga anche a riflettere?
“Nella vita dobbiamo avere il coraggio di uscire dallo status quo. Viviamo però in un mondo frenetico, dominato dai social network, dove tutto è immediato, tutto punta alla comodità e spesso prevale un forte egocentrismo.
Oggi affrontiamo due grandi sfide: da una parte la mancanza di conoscenza e dall’altra l’indifferenza. È proprio qui che una fotografia realizzata con un’intenzione precisa può scuotere il nostro status quo, spingerci a riflettere e generare un effetto valanga capace di influenzare molte persone, direttamente o indirettamente, contribuendo così a cambiare il corso della storia”.
Lei ha lavorato anche con la BBC. Quanto cambia il modo di raccontare una storia quando si passa dalla fotografia al documentario?
“Cambia moltissimo, sotto tanti aspetti. Uno dei più importanti è che, nella fotografia, un singolo istante deve essere capace di raccontare un’intera storia, catturare l’attenzione e suscitare emozioni. Nel documentario, invece, abbiamo la possibilità di aggiungere più informazioni e sviluppare il racconto nel tempo”.
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