Modena, il fondamentalismo e il fallimento di un’integrazione senza identità
Quanto accaduto a Modena impone una domanda che ormai non riguarda più soltanto la destra sovranista.
Perfino le componenti più responsabili del conservatorismo italiano iniziano a interrogarsi sul fallimento del modello d’integrazione occidentale. Non più soltanto sull’immigrazione incontrollata, ma su qualcosa di più profondo. Ossia sulla crisi dell’idea stessa di appartenenza alla comunità nazionale.
Il punto centrale è semplice ed inquietante al contempo. Come può accadere che giovani nati, cresciuti, istruiti in Europa maturino un odio radicale verso quella terra delle opportunità che gli ha offerto tutto?
Non si tratta più del migrante appena arrivato, estraneo alla nostra lingua, ai nostri costumi. Sempre più spesso si tratta di seconde generazioni formalmente integrate, ma culturalmente distinte.
È una frattura che attraversa tutto l’Occidente. L’integrazione non coincide con la semplice presenza dentro un sistema scolastico o lavorativo. Un ragazzo può frequentare le nostre scuole senza sentirsi parte della nostra civiltà. Può vivere accanto a noi senza ritenersi uno di noi.
La cittadinanza non può essere soltanto un documento formalmente corretto. La cittadinanza deve essere un percorso di adesione ai valori, alla cultura, al sentimento nazionale.
Qui emerge il vero nodo politico e culturale. La scuola italiana trasmette ancora i valori fondanti della nostra identità nazionale?
Oppure educa a una sistematica delegittimazione dell’Occidente e della propria storia?
Federico Rampini osserva da tempo come una parte dell’élite culturale abbia impostato una narrazione demonizzatrice dell’Occidente come origine universale di ogni male. Colonialismo, schiavismo, oppressione, razzismo. Una narrazione paradossale, perché dimentica che proprio l’Occidente è stato lo spazio storico che ha abolito la schiavitù, elaborato i diritti individuali, costruito lo Stato di diritto e sviluppato l’attuale concetto di libertà.
L’impero britannico, raccontato in tanti saggi contemporanei soltanto come macchina di dominio e violenza, fu anche la civiltà che impose nel mondo la lotta globale contro la tratta degli schiavi.
Eppure nelle nostre università sembra prevalere una lettura esclusivamente colpevolista della storia europea.
Il risultato è devastante!
Noi stessi stiamo insegnando ai giovani occidentali a diffidare della propria civiltà; che appartenere all’Occidente equivale ad ereditare una colpa.
Idea assolutamente grottesca nel caso italiano. Noi italiani siamo stati per secoli oggetto di discriminazioni nel mondo anglosassone. In America gli italiani venivano considerati una razza inferiore, non pienamente bianchi. Eppure oggi siamo tra i popoli più disposti ad assumersi colpe storiche astratte, quasi dovessimo espiare qualcosa.
Una civiltà che mette in dubbio i propri valori importanti non è in grado di integrare nessuno.
Per integrare occorre consapevole fierezza della propria identità!
Per questo il dibattito sulla cittadinanza è declinato partendo dalla prospettiva sbagliata. Lo Ius soli e lo ius scholae non sono la stessa cosa. Il primo certifica una nascita; il secondo dovrebbe certificare un percorso di formazione dunque di adesione ai valori culturali. Ma perché ciò avvenga, la scuola deve tornare a essere uno strumento di costruzione e di difesa dell’identità nazionale.
La Svizzera offre un esempio di straordinario buonsenso. Per diventare cittadini non basta risiedere sul territorio, occorre conoscere lingua, storia, leggi e dimostrare un’effettiva integrazione nella comunità locale. Magari facendo volontariato, magari partecipando alla vita del paese.
È questo un esempio al quale ispirarsi.
L’Italia deve pretendere integrazione vera, non semplice convivenza amministrativa. Le nostre scuole e le nostre università debbono insegnare ai nuovi italiani a sentirsi parte di una storia comune, non ospiti permanenti di una società che disprezza se stessa. Le nostre scuole e le nostre università debbono insegnare ai figli ed ai nipoti degli italiani ad essere orgogliosi della loro storia, della loro cultura, della loro identità.
Noi italiani non dobbiamo cercare nessuno! Ma chi decide di diventare italiano deve sentirsi orgoglioso di aderire ai valori della comunità nazionale.
Altrimenti non si creano cittadini, si creano individui isolati con la cittadinanza.
In questo caso la cittadinanza è un pezzo di carta, non la garanzia di avere davanti un connazionale!
Lo dico con una profonda stima di quegli egiziani che aiutavano un italiano a fermare quel disgraziato a Modena. Quelli sono italiani!
Di quelli sono orgoglioso, e aiutando un italiano a difendere altri italiani hanno aderito veramente alla comunità nazionale!
Dobbiamo recuperare l’orgoglio di avere un paese da proteggere ed un popolo ed una civiltà da difendere!
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