Il genocidio silenzioso
Ogni giorno 13 cristiani vengono uccisi nel mondo. E il pianeta tace.
I numeri esistono. Sono certificati, verificati, pubblicati ogni anno dall’organizzazione umanitaria Open Doors nel suo rapporto World Watch List. Quasi 400 milioni di cristiani — uno su sette nel mondo — sono oggi perseguitati, discriminati, feriti o uccisi per il solo fatto di credere nel Vangelo di Cristo.
Secondo l’ultimo rapporto disponibile, nel 2025 sono stati uccisi 4.849 cristiani, pari a 13 al giorno. In Nigeria sono stati assassinati 3.490 di loro, il 70 per cento del totale mondiale. Un pastore di Bokkos ha testimoniato personalmente il Natale nero del 2023, quando 300 cristiani furono massacrati al grido di “morte agli infedeli”. Ha ricordato anche il caso di estremisti che bruciarono vivi un pastore, sua moglie incinta e i loro cinque figli.
Non è cronaca di guerra. È routine.
La persecuzione anticristiana non è mai stata così intensa in 32 anni di ricerche. Non stiamo parlando di tempi antichi, di Nerone che illuminava le strade dell’impero con i corpi dei primi cristiani, di catacombe e di clandestinità forzata sotto la minaccia della morte. Stiamo parlando di oggi, del 2025, di un mondo che si definisce civile, connesso, progressista, sensibile ai diritti umani — e che su questo sterminio sistematico abbassa la voce fino al silenzio.
La foto che circola in questi giorni — e che ha ispirato questo articolo — pone una domanda scomoda: perché Greta Thunberg, Francesca Albanese e le loro amiche non salgono su una “Flottiglia della Libertà” diretta in Nigeria? Perché non ci sono manifestazioni nei centri delle nostre città, cortei, hashtag virali, dichiarazioni indignate dei leader mondiali? Perché i media che dedicano settimane di copertura a ogni crisi geopoliticamente “conveniente” non trovano spazio per raccontare che solo il 13 aprile scorso, Domenica delle Palme, 54 cristiani sono stati massacrati dopo le celebrazioni religiose in un unico villaggio nigeriano?
La risposta, purtroppo, è semplice quanto imbarazzante: non conviene. Non conviene politicamente, non conviene narrativamente, non si inserisce nei paradigmi dell’indignazione selettiva che governa l’agenda pubblica globale. I cristiani trucidati in Nigeria, in Sudan, in Pakistan, in Afghanistan, non hanno il profilo giusto per diventare simboli. Non generano abbastanza click. Non muovono le folle giuste.
“Quanti altri cristiani uccisi, sfollati, abusati e incarcerati dobbiamo contare prima di porre al centro del dibattito pubblico la libertà religiosa?” È la domanda che si pone il direttore di Porte Aperte Italia. La stessa che mi pongo io.
Dove sono i potenti del pianeta? Dove sono i governi occidentali che si riempiono la bocca di diritti umani nei consessi internazionali? Dove sono i cattolici — un miliardo e trecento milioni di persone nel mondo — pronti a mobilitarsi per mille altre cause e stranamente afoni su questa? E dove è la Chiesa, la grande Chiesa, quella che dovrebbe alzare la voce soprattutto quando i propri figli vengono massacrati?
Papa Leone XIV ha definito la situazione dei cristiani perseguitati nel mondo una vera e propria “crisi umanitaria”. Parole giuste. Ma le parole, da sole, non bastano più.
Sono passati duemila anni dal tempo delle persecuzioni romane. La storia si ripete — più silenziosa, più diffusa, più ignorata. Almeno allora c’era un nemico dichiarato. Oggi il nemico più pericoloso non ha il volto di chi uccide: ha il volto di chi sa e tace.
Io, con questo articolo, non voglio tacere.
Torna alle notizie in home