IL LAVORO AL CENTRO – Da diritto a rito: così lo sciopero perde valore e non aiuta proprio nessuno
Lo sciopero generale di Maurizio Landini è un appuntamento fisso. Cambiano le stagioni, non il copione: si proclama la protesta, si alzano i toni, si cerca la piazza. Ma a chi giova? A chi aspetta un salario migliore e un lavoro più sicuro, oppure a chi ha bisogno di opposizione politica? La Cgil procede da sola, senza cercare intese con le altre confederazioni. Prima la rottura, poi eventualmente il merito. Modo di aiutare chi lavora.
Il sindacato non è un ufficio stampa del malcontento. La sua forza si vede nei contratti firmati, nelle conquiste strappate al tavolo, nelle alleanze senza tessere di partito. Scioperare è un diritto; trasformarlo in rito significa consumarne il valore. Daniela Fumarola, alla guida della Cisl, ha posto una domanda semplice quanto significativa: perché chiamare allo scontro prima delle decisioni del governo? Quando l’agenda dei partiti detta quella sindacale, il lavoro finisce sul sedile posteriore.
Eppure le questioni vere non mancano. L’energia costa troppo e presenta il conto due volte: nelle case, erodendo il potere d’acquisto, e nelle fabbriche, frenando investimenti e occupazione. L’Italia, paese manifatturiero e povero di risorse energetiche, ha sprecato decenni tra rinvii e veti. Nucleare cancellato dal dibattito, rigassificatori contestati, termovalorizzatori bloccati, estrazioni osteggiate; persino eolico e fotovoltaico impigliati nei divieti. Problemi diversi: ma un identico vizio, quello di dire sempre no e pretendere poi bollette leggere.
Dov’erano le iniziative comuni di sindacati e imprese per conciliare tutela ambientale, sicurezza degli approvvigionamenti e sviluppo industriale? Troppo timide, discontinue. Non basta denunciare il prezzo dell’energia quando manca il coraggio di affrontarne le cause. Senza infrastrutture, investimenti e tempi certi, la competitività resta una parola da convegno e il conto lo pagano gli operai.
Anche sui salari bisogna cambiare musica. Gli aumenti duraturi nascono da contratti forti, produttività crescente, innovazione e partecipazione dei lavoratori ai risultati delle aziende. Occorre allargare la detassazione dei premi, sostenere la contrattazione e intervenire sui settori più fragili. Il salario minimo fissato per legge non può diventare l’alibi per indebolire la contrattazione; i sussidi non sostituiscono un’economia capace di creare buona occupazione. Distribuire ciò che non si produce è una promessa destinata a scadere presto.
Nei passaggi cruciali della storia nazionale il mondo del lavoro ha saputo assumersi responsabilità ben più grandi della difesa di una sigla. Ha contribuito a fronteggiare emergenze, ricostruire fiducia, orientare scelte difficili. Oggi deve ritrovare quella statura. Non intestare la propria iniziativa ai partiti, ma agli interessi concreti dei lavoratori e ai fattori che rendono più robusta l’economia. Incidere sulla politica economica significa pretendere risorse per formazione, ricerca, infrastrutture, produttività e investimenti; non alimentare sprechi, clientele e assistenzialismo senza prospettiva.
E c’è una frontiera che non può restare ai margini: l’Europa. Il sindacato dovrebbe battersi con decisione per un’Europa federale, capace di una politica industriale, energetica, estera e di difesa comune. Un continente diviso conta poco, protegge peggio il lavoro e lascia spazio alle potenze autoritarie. Difendere l’Europa significa anche smettere di balbettare davanti alle dittature. Chi perseguita i dissidenti, soffoca i sindacati liberi e nega i diritti del lavoro va denunciato senza doppi standard, qualunque bandiera sventoli. La libertà non può valere soltanto dove conviene politicamente.
Per questo i sindacati che credono nell’economia sociale di mercato, nella libera contrattazione, nella partecipazione dei lavoratori alle scelte aziendali, nell’Europa e nella civiltà occidentale hanno un compito urgente: orientare, spiegare, mobilitare intelligenze prima ancora che cortei. Aiutare chi lavora a distinguere le riforme necessarie dalle scorciatoie, la solidarietà dall’assistenzialismo, il confronto dalla propaganda. Non neutralità davanti ai valori, ma autonomia davanti ai partiti.
La protesta può riempire una piazza. Non basta a riempire una busta paga, né a salvare una fabbrica. Un sindacato all’altezza del tempo che viviamo non cerca applausi a ogni costo: costruisce accordi, indica una direzione, si assume responsabilità. Il lavoro ha bisogno di protagonisti, non di comparse nella campagna elettorale permanente.
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