Il ministro Fedriga

Il prezzo del gas, della luce, la risposta dei mercati, lo spread, i dubbi dell’asse franco-tedesco, le perplessità del Ppe, gli assist, non sempre graditi, di Vox, di Orban e della Le Pen. Mine vaganti da disinnescare subito per una partenza senza borbottii del motore governativo. E tra questi ostacoli, di cui la Meloni ha piena consapevolezza, c’è anche l’interrogativo sulla futura compagine di governo, che non è certamente l’ultimo dei nodi che dovrà sciogliere. Anzi, la premier in pectore è consapevole che la partita del toto-ministri è questione dirimente per un decollo tanto perentorio quanto rassicurante della legislatura. E, soprattutto, sa che questa volta il manuale Cencelli non le sarà sufficiente per garantirle stabilità. Vuole una squadra coesa. E soprattutto affidabile.

Il niet a Salvini, che ambisce al Viminale, diventa il paradigma del come la Meloni sta impostando questa partita. Sa che il Capitano pretenderà molto, che alzerà il prezzo quando le sue pretese di essere ministro degli Interni rimbalzeranno sul muro di gomma di FdI, che ha fatto eleggere uno squadrone di fedelissimi per blindare la sua leadership e garantirgli pieno appoggio, che farà di tutto per “normalizzare” i vari Fedriga, Fontana, Giorgetti e Zaia. Che, soprattutto, Salvini è un leone ferito e come tale – almeno in questi frangenti – politicamente inaffidabile, imprevedibile. Insomma, la Meloni ha bisogno che la compagine ministeriale del Carroccio abbia la sufficiente distanza e autonomia dal suo capo.

Così, tra papabili del futuro governo spunta anche il nome di Massimiliano Fedriga, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia. Già indicato come possibile candidato a sostituire Salvini alla guida del partito (anche perché i lombardi non gradirebbero un veneto come Zaia), è apprezzato presidente della Conferenza delle Regioni, benvoluto e stimato dalla realtà industriale del Fvg ma anche del Nordest in generale, considerato l’esponente di spicco della Lega più di governo che di lotta, da sempre sostenitore di una politica come momento di mediazione e non di scontro, per la Meloni potrebbe essere un jolly prezioso, sia dal punto di vista squisitamente politico, sia della sua collocazione ministeriale. Il suo nome in questi giorni circola eccome negli ambienti romani: è visto di buon occhio come sostituto della Gelmini come ministro per gli Affari regionali e le autonomie, ma potrebbe anche essere il successore del suo collega Giorgetti al ministero dell’Industria e del commercio ed è apprezzato anche dai vertici di Forza Italia.

La partita del toto ministri, come detto, è rinviata alla prossima settimana. Lo ha confermato ieri anche il consiglio federale della Lega. Un vertice anestetizzato da Salvini che non sente ragione sulla possibilità di mettersi in discussione. Quattro ore che non hanno partorito nessuna via di fuga dalla crisi in cui versa il partito, se non l’elencazione di alcune priorità strategiche per ricuperare il consenso, ma che sanno di aria fritta, come “l’ascolto del territorio e la valorizzazione dei tanti amministratori a partire dai governatori”. Il consiglio federale ha confermato – noblesse oblige – piena fiducia a Salvini. Tuttavia, la dissidenza interna è riuscita a strappare l’assicurazione di continuare la stagione dei congressi per rinnovare tutte le cariche a cominciare dai segretari cittadini: i congressi regionali si terranno entro il prossimo 30 novembre. La prossima settimana il consiglio federale della Lega si riunirà nuovamente per affrontare il nodo della compagine di governo. Il primo vero esame interno per il Capitano.

Il prezzo del gas, della luce, la risposta dei mercati, lo spread, i dubbi dell’asse franco-tedesco, le perplessità del Ppe, gli assist, non sempre graditi, di Vox, di Orban e della Le Pen. Mine vaganti da disinnescare subito per una partenza senza borbottii del motore governativo. E tra questi ostacoli, di cui la Meloni ha piena consapevolezza, c’è anche l’interrogativo sulla futura compagine di governo, che non è certamente l’ultimo dei nodi che dovrà sciogliere. Anzi, la premier in pectore è consapevole che la partita del toto-ministri è questione dirimente per un decollo tanto perentorio quanto rassicurante della legislatura. E, soprattutto, sa che questa volta il manuale Cencelli non le sarà sufficiente per garantirle stabilità. Vuole una squadra coesa. E soprattutto affidabile.

Il niet a Salvini, che ambisce al Viminale, diventa il paradigma del come la Meloni sta impostando questa partita. Sa che il Capitano pretenderà molto, che alzerà il prezzo quando le sue pretese di essere ministro degli Interni rimbalzeranno sul muro di gomma di FdI, che ha fatto eleggere uno squadrone di fedelissimi per blindare la sua leadership e garantirgli pieno appoggio, che farà di tutto per “normalizzare” i vari Fedriga, Fontana, Giorgetti e Zaia. Che, soprattutto, Salvini è un leone ferito e come tale – almeno in questi frangenti – politicamente inaffidabile, imprevedibile. Insomma, la Meloni ha bisogno che la compagine ministeriale del Carroccio abbia la sufficiente distanza e autonomia dal suo capo.

Così, tra papabili del futuro governo spunta anche il nome di Massimiliano Fedriga, presidente della Regione Friuli Venezia Giulia. Già indicato come possibile candidato a sostituire Salvini alla guida del partito (anche perché i lombardi non gradirebbero un veneto come Zaia), è apprezzato presidente della Conferenza delle Regioni, benvoluto e stimato dalla realtà industriale del Fvg ma anche del Nordest in generale, considerato l’esponente di spicco della Lega più di governo che di lotta, da sempre sostenitore di una politica come momento di mediazione e non di scontro, per la Meloni potrebbe essere un jolly prezioso, sia dal punto di vista squisitamente politico, sia della sua collocazione ministeriale. Il suo nome in questi giorni circola eccome negli ambienti romani: è visto di buon occhio come sostituto della Gelmini come ministro per gli Affari regionali e le autonomie, ma potrebbe anche essere il successore del suo collega Giorgetti al ministero dell’Industria e del commercio ed è apprezzato anche dai vertici di Forza Italia.

La partita del toto ministri, come detto, è rinviata alla prossima settimana. Lo ha confermato ieri anche il consiglio federale della Lega. Un vertice anestetizzato da Salvini che non sente ragione sulla possibilità di mettersi in discussione. Quattro ore che non hanno partorito nessuna via di fuga dalla crisi in cui versa il partito, se non l’elencazione di alcune priorità strategiche per ricuperare il consenso, ma che sanno di aria fritta, come “l’ascolto del territorio e la valorizzazione dei tanti amministratori a partire dai governatori”. Il consiglio federale ha confermato – noblesse oblige – piena fiducia a Salvini. Tuttavia, la dissidenza interna è riuscita a strappare l’assicurazione di continuare la stagione dei congressi per rinnovare tutte le cariche a cominciare dai segretari cittadini: i congressi regionali si terranno entro il prossimo 30 novembre. La prossima settimana il consiglio federale della Lega si riunirà nuovamente per affrontare il nodo della compagine di governo. Il primo vero esame interno per il Capitano.

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