L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Editoriale

Il primo presidio di civiltà resta sempre la famiglia

di Adolfo Spezzaferro -


C’è una frase che suona come il più pericoloso degli allarmi: “Quella notte ci siamo divertiti così”. E attenzione, non racconta una lite o una vendetta ma qualcosa di molto più preoccupante: la violenza trasformata in passatempo. Una sorta di prova di coraggio (come se il coraggio fosse quello del violare le regole invece di rispettarle) da consumare in gruppo e – quasi sempre – in contenuto da esibire online. È senza dubbio questa la parte più amara della storia della cosiddetta banda della minicar di Roma.

Due ragazzi di 16 e 17 anni sono accusati di diverse aggressioni a Monteverde. Sei le vittime individuate, tra cui l’attore Davide Iacopini, gravemente ferito dopo essere stato colpito mentre era sul monopattino. Gli inquirenti indagano per tentato omicidio. Il caso pone una domanda che non riguarda soltanto la sicurezza ma tira in ballo molto di più. La violenza gratuita diventa forse una scorciatoia per sentirsi forti? O semplicemente per sentirsi qualcuno? Il problema nasce quando il gruppo – dalle baby gang alle orde di maranza – diventa uno strumento di prevaricazione e la paura degli altri una forma di status. Lo si vede nei pestaggi filmati e pubblicati sui social. La rete può amplificare, ma il bisogno di riconoscimento esiste da molto tempo prima dell’avvento dello smartphone.

Ecco perché prevenire significa innanzitutto tornare al luogo decisivo, dirimente: la famiglia. Educare significa insegnare il limite, il rispetto, la responsabilità. L’articolo 2048 del Codice civile prevede, a determinate condizioni, la responsabilità civile dei genitori per i danni causati dai figli minorenni conviventi, anche per l’educazione impartita. Non è una condanna automatica né una responsabilità penale: è il riconoscimento che l’educazione ha conseguenze concrete. A casa, prima ancora che a scuola, bisogna far sì che la violenza non diventi una medaglia, che il silenzio degli amici non sembri consenso, che filmare tutto con il cellulare non equivalga ad applaudire. Perché quando picchiare uno sconosciuto diventa un modo per passare la serata, la domanda non riguarda soltanto chi ha alzato le mani. Riguarda anche gli adulti, che hanno il compito, il dovere civile di insegnare che quel modo di fare è criminale.

LEGGI TUTTI GLI EDITORIALI


Torna alle notizie in home