Violenza gratuita e giovanissimi: la sfida educativa delle famiglie
Dalla banda della minicar alle baby gang: il richiamo alla responsabilità prima che sia tardi
Quando aggredire uno sconosciuto per strada diventa un modo per passare la serata, il problema non è soltanto la sicurezza. È il significato che la violenza assume per chi la compie: non una reazione a un torto, una lite finita male, ma un’attività da condividere con gli amici, un diversivo, a volte persino una storia da raccontare sui social. La vittima può essere chiunque: basta trovarsi nel posto sbagliato, al momento sbagliato. È questa la malsana logica che è emersa dalla vicenda della banda della minicar a Roma, dove due ragazzi di 16 e 17 anni sono accusati di aver aggredito diverse persone nel quartiere Monteverde.
Sei le vittime individuate, tra cui l’attore Davide Iacopini, rimasto gravemente ferito dopo essere stato colpito mentre si trovava su un monopattino. Un episodio sul quale gli inquirenti indagano per tentato omicidio e che restituisce un’immagine difficile da archiviare come una semplice bravata: è una violenza che trova giustificazione nel divertimento. “Quella notte ci siamo divertiti così”, è la spiegazione dei due minori. Una frase che interroga una società intera per il modo in cui si cresce, si impara a riconoscere l’altro e si costruisce la propria identità. Perché la gioventù o talvolta il branco offre una protezione illusoria: diluisce le responsabilità e trasforma il coraggio in esibizione.
I dati dei reati minorili in Italia
Quello di Monteverde è l’ultimo caso in ordine di tempo, ma purtroppo fa parte di una scia di violenze avvenute in tutta Italia. Sono i numeri a darci una fotografia fredda quanto diretta di questo fenomeno. Secondo l’Indice della criminalità 2026 del Sole 24 Ore, del 12 ottobre scorso – sulla base dei dati del ministero dell’Interno – nel 2025 i reati denunciati in Italia sono stati circa 2,36 milioni, in calo dell’1,8% rispetto al 2024.
La tendenza è però diversa per i minorenni: le segnalazioni relative a ragazzi arrestati o denunciati sono salite a 39.600, contro le 38.247 dell’anno precedente, con un aumento del 34% rispetto al 2019. I minorenni rappresentano il 4,7% del totale delle segnalazioni riferite a persone, ma la loro incidenza raggiunge il 25,8% nel caso delle rapine in pubblica via. Numeri che ci aiutano a comprendere, ma che non descrivono le cause della violenza giovanile e non ci raccontano di certo le storie che ci sono dietro. Perché dietro le statistiche ci sono storie diverse, contesti differenti e responsabilità individuali.
Dalla minicar di Roma ad Arezzo, Treviso e Cagliari: violenza senza movente
Non a caso le “baby gang” e il fenomeno dei “maranza” non sono soltanto etichette da cronaca, ma una realtà con cui le città sono costrette a fare i conti. Il problema non è il modo di vestire, né l’aspetto o il quartiere: è la trasformazione del gruppo in uno strumento di prevaricazione, dove la violenza diventa una prova di forza e il timore degli altri una forma di riconoscimento. Non si tratta di “ragazzate” perché la degenerazione che deriva dai gesti violenti porta conseguenze gravi per le vittime e per chi ne è protagonista. A colpire, in alcuni episodi, è l’assenza di un movente riconoscibile.
Il mese scorso, ad Arezzo, un 23enne sarebbe stato aggredito da cinque minorenni dopo aver cantato la musica che ascoltava con le cuffie mentre camminava. A Treviso due gemelli di 14 anni sarebbero stati picchiati, derubati e costretti a spogliarsi da un gruppo di dieci ragazzi. La violenza sarebbe stata ripresa con un cellulare e il video inviato ai genitori delle vittime. A Cagliari una banda di minorenni avrebbe perseguitato per oltre un anno anziani e persone con disabilità, tra aggressioni, calci, pugni e sassate. Anche in questo caso, le violenze sarebbero state filmate e pubblicate su TikTok. Solo tre esempi di violenza gratuita che, spesso, arriva in rete.
Social, prevenzione e famiglia dopo la banda della minicar
I video sui social diventano approvazione e visibilità per chi li posta, ma anche terreno per l’emulazione. Non significa che ogni violenza nasca sui social, né che il web ne sia la causa automatica. La rete può amplificare, ma il bisogno di riconoscimento, la ricerca di status e la pressione dei pari esistono anche fuori. Attribuire tutto ai social è una spiegazione comoda, ma incompleta: rischia di lasciare in ombra le dinamiche tra ragazzi. Per mettere un freno, da un lato, c’è lo strumento della prevenzione. Appena tre mesi fa un’operazione di polizia condotta in 44 province ha portato a 539 arresti, 47 dei quali riguardavano minorenni, e all’individuazione di centinaia di profili social che esaltavano odio, violenza e armi. Ma arrivare a danno fatto non risolve sempre il problema.
È qui che la questione torna al punto di partenza: la famiglia. Questa viene chiamata in causa solo quando qualcosa è già andato storto. Eppure, è il primo luogo in cui si imparano il limite, il rispetto e la responsabilità. E per questo il ruolo dei genitori non può esaurirsi nel garantire ai figli una casa, un’istruzione. Significa anche garantire un’educazione, accompagnarli nella costruzione di una coscienza, insegnare che ogni gesto ha delle conseguenze per se stessi e per gli altri. Ma la responsabilità delle famiglie non è soltanto una questione morale o educativa.
Cosa dice la legge: la responsabilità dei genitori e l’articolo 2048
Esiste anche un profilo giuridico: l’articolo 2048 del Codice civile prevede infatti la responsabilità dei genitori per i danni provocati dai figli minorenni non emancipati conviventi, salvo che riescano a fornire la prova liberatoria prevista dalla norma. La giurisprudenza riconduce questa responsabilità anche alla cosiddetta culpa in educando: non soltanto la mancata vigilanza, dunque, ma anche l’inadeguatezza dell’educazione impartita al rispetto delle regole e degli altri. Una valutazione che spetta al giudice sulla base delle circostanze concrete e che non equivale a una condanna automatica dei genitori per ogni comportamento illecito dei figli.
Ciò non significa che una famiglia debba rispondere penalmente di un’aggressione commessa dal figlio, perché la responsabilità penale è personale e riguarda l’autore del reato, secondo le regole sull’imputabilità dei minorenni. Ma sul piano civile le conseguenze possono coinvolgere anche i genitori, chiamati a risarcire i danni quando ne ricorrono i presupposti. Di certo una famiglia e, insieme, la società, non può promettere che nessun ragazzo sbaglierà. Può però provare a fare in modo che il gesto violento non diventi un motivo di vanto, che il silenzio del gruppo non venga scambiato per approvazione e che la responsabilità sia consapevole. Perché se picchiare qualcuno diventa un modo per passare la serata, la domanda riguarda sì chi ha colpito, ma anche chi ha educato.
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