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Il campo progressista tra la ricerca di un leader e l’ipotesi che Conte si sfili

Meglio rischiare di partecipare a una coalizione guidata da Schlein, rinunciando alla centralità politica, oppure preservare l’autonomia del Movimento senza correre il pericolo di essere messo in discussione?

di Giuseppe Ariola -


Il campo progressista potrebbe scoprire che il suo problema principale non è soltanto come trovare il proprio leader e, quindi, il candidato premier chiamato a sfidare Giorgia Meloni, ma convincere Giuseppe Conte ad accettare un ruolo diverso da quello del protagonista. Perché dietro le dichiarazioni sull’unità e sulla necessità di costruire un’alternativa al centrodestra cavalcate da Elly Schlein ha guadagnato terreno un interrogativo destinato a pesare sui prossimi mesi: che cosa farà il leader del Movimento 5 Stelle se dovesse capire di non avere i numeri per vincere le primarie? Lo scenario è tutt’altro che secondario, soprattutto considerando le ambizioni dell’ex presidente del Consiglio. Ma anche alla luce delle difficoltà di far digerire alla base pentastellata un accordo organico con il Pd se il risultato finale dovesse essere lo sbarco a palazzo Chigi di qualcuno di diverso dal proprio leader.

La via d’uscita di Conte

Un’ipotesi attorno alla quale ormai da giorni si sta diffondendo la voce che vedrebbe Conte intenzionato a tenersi aperta una via d’uscita, o meglio di fuga. Un colpo di scena che metterebbe la pietra tombale sul campo progressista. L’opzione, qualora Conte maturasse la convinzione di non poter prevalere nella sfida interna al centrosinistra, potrebbe essere quella di una corsa autonoma del Movimento 5 Stelle, magari accompagnata dalla rivendicazione di un’identità politica incompatibile con alcuni orientamenti del Pd. Le divergenze, del resto, non mancano. Dalla politica estera all’Ucraina, passando per il rapporto con l’Europa e alcune dissonanze sulla politica economica, le distanze tra dem e pentastellati continuano a rappresentare un ostacolo alla costruzione di un programma condiviso. Questioni che oggi vengono affrontate in nome dell’unità, ma che domani potrebbero offrire una giustificazione politica a un eventuale strappo.

Le ambizioni personali dei leader

Il punto è che Conte non può permettersi di apparire come colui che rompe il fronte anti Meloni per una questione di ambizioni personali. Un’eventuale separazione dovrebbe quindi essere motivata da divergenze programmatiche, dalla contestazione delle regole scelte per individuare il candidato premier o dall’improbabile scelta di Elly Schlein di cercare un federatore del centrosinistra andando oltre i suoi attuali leader. Circostanza che metterebbe però fuori dai giochi la stessa segretaria Pd. Al contrario, proprio per l’ambizione personale degli attuali protagonisti la partita delle primarie rischia di trasformarsi in un terreno minato. C’è poi un’altra variabile. Una competizione aperta anche ad altre componenti del centrosinistra potrebbe modificare gli equilibri, rendendo ancora più incerto il risultato.

Il dilemma del pentastellato

E il rischio, per Conte, sarebbe quello di ritrovarsi coinvolto in una consultazione capace di rafforzare la segretaria del Pd anziché legittimare la propria candidatura. Naturalmente, la corsa solitaria avrebbe un prezzo elevato. Tanto più con una legge elettorale che premia le coalizioni. Un rischio di cui il leader pentastellato è perfettamente consapevole. Ma nella valutazione potrebbero pesare anche considerazioni di lungo periodo. Meglio partecipare a una coalizione guidata da Schlein, rinunciando alla centralità politica, oppure preservare l’autonomia del Movimento senza rischiare di essere messo in discussione? È questo il dilemma che potrebbe accompagnare Conte fino alla definizione delle alleanze. E che rende meno scontata di quanto appaia la tenuta del campo progressista.

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