Il rumoroso stravolgimento dello staff del ministro Giuli. Ridisegnata la struttura di potere del Mic
Al ministero della Cultura non è andata in scena una crisi, figurarsi: solo uno di quei ‘normali avvicendamenti’ che in Italia somigliano sempre terribilmente a una crisi, ma con il comunicato stampa già pronto.
Alessandro Giuli ha deciso di fare pulizia nel suo cerchio più vicino, revocando gli incarichi a Emanuele Merlino ed Elena Proietti, e in poche ore il caso è diventato il classico romanzo politico romano: breve, nervoso, pieno di sottintesi e soprattutto abitato da quella fauna irresistibile che nega l’incendio mentre cerca l’estintore.
La versione ufficiale è lineare, quasi scolastica: il ministro ha pieno diritto di scegliersi la squadra che ritiene più funzionale e più coerente con il rapporto fiduciario che regge gli uffici di diretta collaborazione. Tutto vero. Nella meccanica del potere, anzi, è perfino banale. Un ministro arriva, valuta, corregge, sostituisce. Accade da sempre e continuerà ad accadere. Ma la politica, si sa, non vive di ciò che è normale: vive del momento in cui il normale diventa rumoroso.
E qui il rumore si è sentito eccome.
Merlino e Proietti, infatti, non erano due comparse di corridoio capitate per caso sotto il lampadario del Collegio Romano. Erano figure riconoscibili, collocate, politicamente leggibili. Per questo il loro allontanamento non poteva essere archiviato come una pratica di cancelleria con due firme in fondo.
Nel momento in cui Giuli li ha accompagnati alla porta, ha inevitabilmente aperto un varco alle interpretazioni: il caso Regeni, le disfunzioni interne, gli attriti, le catene di comando, i riflessi nei rapporti dentro Fratelli d’Italia. La politica romana ha un talento quasi artigianale nel trasformare ogni gesto amministrativo in un capitolo di psicodramma. Figuriamoci quando saltano due nomi di quel peso.
Giuli, in questa vicenda, sembra aver mandato un messaggio semplice e molto politico: al ministero comanda il ministro. Che detto così pare una banalità, ma nei palazzi non lo è mai. Ogni volta che un titolare di dicastero tocca il proprio staff, non sta solo riorganizzando una segreteria: sta ridisegnando una mappa di fedeltà, influenza, prossimità.
Sta dicendo chi resta nel perimetro e chi no. È il potere nella sua forma meno nobile ma più sincera: quella che non si annuncia, si esercita.
Fratelli d’Italia, comprensibilmente, ha scelto un’altra strada: non negare il fatto, ma sterilizzarlo. Raffreddarlo. Renderlo tecnico. Ed ecco allora Francesco Lollobrigida, nella parte del pompiere con aplomb ministeriale, spiegare che si tratta di “normali avvicendamenti”, che il rapporto fiduciario è decisivo, che ogni ministro deve poter costruire una squadra in piena sintonia con il proprio lavoro.
Una linea sensata, persino obbligata, per un partito di governo che non ha alcun interesse ad alimentare il racconto di fibrillazioni interne proprio su uno dei ministeri più esposti. E infatti Lollobrigida è stato attento a non trasformare i silurati in capri espiatori, riconoscendo anzi a Merlino e Proietti capacità ed esperienza. Traduzione dal politichese: nessuna guerra civile, prego, al massimo un cambio gomme.
Il punto, però, è che in politica il termometro non lo fanno le frasi ufficiali, lo fa la necessità di pronunciarle. Se davvero fosse stata una faccenda del tutto ordinaria, forse non ci sarebbe stato bisogno di tutta questa pedagogia della normalità.
Quando un partito ripete che va tutto bene con l’insistenza di un passeggero in aereo durante una turbolenza, il dubbio non è cattiveria: è istinto di sopravvivenza. E infatti la sensazione è che dentro FdI si sia voluto soprattutto impedire che uno strappo di gestione diventasse un caso di linea, o peggio ancora di correnti.
Alla fine, più che una resa dei conti, questa storia sembra il promemoria di una verità antica: il potere ama presentarsi come organizzazione, ma spesso si manifesta come umore. Giuli ha scelto di mostrare decisione, FdI ha scelto di mostrare compostezza. Il ministro ha fatto capire che intende controllare fino in fondo la macchina.
Il partito ha fatto capire che non intende regalare all’esterno l’immagine di una destra litigiosa. Tutti recitano la loro parte, con notevole disciplina.
Ma resta quella piccola ironia che la politica italiana non perde mai occasione di offrirci: più una vicenda viene descritta come semplice amministrazione, più assomiglia a una faccenda terribilmente politica.
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