Il valore etico della motosega di Milei/7
La settima “virtù” della motosega di Milei, che recide i rami improduttivi della spesa pubblica, risiede nella capacità di favorire la destinazione universale dei beni economici, assunta dalla Dottrina sociale della Chiesa come principio etico di fondo.
Ridurre l’intervento pubblico in economia significa allargare l’area del libero mercato; il primo redistribuisce in direzione mirata e selettiva la ricchezza prodotta dai privati, il secondo la distribuisce secondo un ordine spontaneo, non predeterminato da alcuna autorità. La differenza essenziale si può ravvisare nello strumento utilizzato: la pianificazione politica si attua attraverso il provvedimento legislativo o amministrativo; la dinamica di mercato è basata sul contratto dei privati.
Il provvedimento
Il provvedimento è per sua natura autoritativo, il contratto esprime la libera volontà dei contraenti. Da qui una lunga serie di conseguenze.
Se l’amministrazione pubblica si ingerisce negli affari economici dei privati, segno è che l’ordine spontaneo di mercato e la distribuzione dei beni che ne deriva non soddisfano l’autorità politica di turno, la quale intende redistribuire a favore dell’uno e a danno dell’altro, in nome della “Giustizia sociale” sublimata nel miraggio dell’uguaglianza dei redditi personali.
Ovviamente la redistribuzione politica è necessariamente finalizzata e selettiva, proprio perché vuole essere correttiva. Ciò significa che non può essere imparziale, giacché, se lo fosse, lo status quo ante non muterebbe e dunque non si realizzerebbe alcuna correzione. Da un punto di vista puramente logico, l’intervento politico correttivo-redistributivo e l’universalità della destinazione dei beni si pongono in antitesi.
Non meno incompatibile col principio universalistico è la politica di pianificazione. Se l’autorità politica, insoddisfatta dell’ordine spontaneo, vuole pianificare lo sviluppo economico, deve destinare i beni economici in una direzione piuttosto che in un’altra. Il suo intervento privilegia un settore o un modo di produzione piuttosto che un altro.
Ovviamente il privilegio ha un beneficiario determinato ed esclusivo. La sua selettività lo pone in antitesi necessaria col principio universalistico. In sintesi, l’intervento autoritario, con finalità redistributiva o pianificatrice, si oppone sempre e comunque alla destinazione universale dei beni, in ragione della sua necessaria selettività che impone la determinatezza e l’esclusività del beneficiario.
L’ordine del mercato
Ben diversamente, l’ordine di mercato compiace la destinazione universale dei beni perché ne sono tutti beneficiari, in un modo o nell’altro. Ciò si deve al fatto che l’operatore di mercato incontra necessariamente il suo antagonista nella relazione contrattuale, con il quale è costretto a condividere i benefici dell’accordo.
Le libere volontà delle parti non possono incontrarsi, se non in un punto mediano che riesce a soddisfare le esigenze di entrambi. Il sinallagma contrattuale assicura la reciprocità dei vantaggi/svantaggi, in modo che entrambe le parti possano godere dello scambio in egual misura, posto che la valutazione dell’utilità economica è soggettiva e perciò diversificata.
I beni oggetto dello scambio contrattuale sono dunque destinati all’utilizzo e al godimento di entrambi i soggetti del rapporto, protagonisti-antagonisti, titolari e curatori di interessi contrapposti.
Questo antagonismo di fondo, che assicura la condivisione e la reciprocità dei vantaggi/svantaggi, manca nel rapporto politico. L’autorità che emette il provvedimento non incontra alcun antagonista per la semplice ragione che la sua volontà è “sovrana” e prevale aprioristicamente su quella dei destinatari-sudditi.
Ne deriva che lo strumento basilare della destinazione universale dei beni della terra, non coincidente ovviamente con l’utopistica uguaglianza dei redditi, ma assunta come fine e valore, non può che essere il libero scambio, poiché i beni immessi nel mercato sono per ciò stesso destinati al godimento della moltitudine indeterminata dei beneficiari.
D’altronde l’idea che la Provvidenza del Dio creatore abbia partorito uno strumento naturale e spontaneo, ben più efficace di quello politico redistributivo-correttivo, non dovrebbe suonare strana nell’ambito dottrinale della Chiesa cattolica.
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