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Politica

La Costituzione non è di sinistra: il compromesso alto come forma alta della democrazia

di Anna Tortora -


Con La costituzione non è di sinistra, Antonio Polito torna su uno dei nodi più sensibili e controversi della vicenda repubblicana: la natura politica della Costituzione e la sua progressiva trasformazione in oggetto simbolico, sottratto alla storia e consegnato alla retorica pubblica.

L’incipit è affidato a una formula celebre, attribuita a Piero Calamandrei: una Carta «scritta per metà in latino e per metà in russo». L’immagine, più che provocatoria, è rivelatrice. Polito la assume come chiave interpretativa del testo del 1948: un compromesso alto, ma inevitabilmente imperfetto, tra culture politiche destinate a restare distanti, e tuttavia costrette dalla storia a una convivenza dopo la cesura del fascismo e nel quadro nascente della Guerra fredda.

Dentro questa prospettiva si colloca anche la rilettura del “grande compromesso”, che consentì all’Italia repubblicana di stabilizzarsi e attraversare indenne le tensioni ideologiche del secondo dopoguerra.

Non una sintesi armonica, ma un equilibrio dinamico tra spinte contrapposte, nel quale la forza della Costituzione risiede più nella mediazione che nell’uniformità. Il cuore del libro è però nel rapporto tra Costituzione e uso politico del suo significato. Polito osserva come, nel tempo, il testo sia stato progressivamente interpretato attraverso una lente selettiva: alcune parti enfatizzate, altre attenuate o rimosse. In questo processo, la Carta avrebbe subito una forma di appropriazione simbolica che ne ha irrigidito la lettura, trasformandola in terreno identitario più che in spazio condiviso.

I diritti e i doveri

È in questa chiave che si inserisce la distinzione tra diritti e doveri, che attraversa l’intero saggio. L’autore richiama la necessità di leggere la Costituzione nella sua interezza, senza gerarchie implicite. L’esempio dell’articolo 11, sul ripudio della guerra, e dell’articolo 52, sulla difesa della Patria come «sacro dovere del cittadino», diventa emblematico: due enunciati che non si elidono, ma si tengono reciprocamente dentro la stessa architettura costituzionale.

Il passaggio più significativo del libro riguarda la riflessione sulle libertà fondamentali. Polito distingue due dimensioni che caratterizzano le democrazie liberali del secondo dopoguerra. La libertà “da”, intesa come protezione dell’individuo dall’interferenza del potere, garanzia della sfera personale e limite all’autorità. E la libertà “di”, come partecipazione attiva alla costruzione dell’ordine politico, possibilità concreta di incidere nella vita collettiva e di contribuire alla definizione delle regole comuni.

Due libertà che non coincidono e che anzi vivono in tensione permanente. La prima rischia di chiudersi in una dimensione puramente individuale; la seconda può scivolare in forme di pressione collettiva. La Costituzione italiana, nella lettura proposta da Polito, nasce proprio come tentativo di tenere insieme queste due esigenze, senza ridurle a sintesi definitiva.

Da questa impostazione discende anche il recupero del tema dei doveri, spesso marginalizzato nel discorso pubblico contemporaneo. Non soltanto diritti da rivendicare, ma responsabilità da assumere; non soltanto garanzie, ma partecipazione consapevole alla vita della comunità politica. Il libro si muove così tra ricostruzione storica e lettura critica del presente. Lo stile sobrio, controllato e privo di enfasi privilegia la chiarezza dell’argomentazione alla suggestione retorica.

Ne emerge un invito preciso: sottrarre la Costituzione alla sua dimensione iconica per restituirla alla sua natura originaria di testo politico, e dunque necessariamente discutibile.

In controluce resta una domanda che attraversa l’intero saggio: se la forza della Carta risieda davvero nella sua intoccabilità, oppure nella capacità di restare un terreno aperto di confronto tra libertà individuale e responsabilità collettiva. Una tensione che non si risolve, ma che definisce la sostanza stessa della democrazia.


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