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Dossier Ai

Quanto vale (davvero) l’intelligenza artificiale?

Per sapere quanto vale l'intelligenza artificiale, il report di Bain e Company, oltre gli allarmi (interessati) di Wall Street e Bce

di Giovanni Vasso -


Quanti sono seimila miliardi di dollari? Esattamente, il volume d’affari che entro il 2031 raggiungerà il mercato globale dell’intelligenza artificiale. Le stime si leggono nel settimo Global Technology report di Bain & Company, redatto nell’ambito dello studio annuale sull’evoluzione del settore tech. I numeri, ovviamente, sono da capogiro. Più o meno, come detto, il “fatturato” mondiale dell’Ai raggiungerà una cifra pari a quasi tre volte il Pil italiano. Per arrivarci, però, la strada sarà lunga. E dovrà essere lastricata d’oro, al di là delle buone o cattive intenzioni. Già, perché per sostenere gli investimenti che tengono a galla l’ecosistema Ai serviranno risorse per 4.200 miliardi di dollari. In pratica, una massa di denaro gigantesca pari quasi al Pil dell’India.

Quanto vale davvero l’intelligenza artificiale?

Ma quali sono gli ambiti di applicazione dell’intelligenza artificiale più promettenti? Sarebbero, secondo Bain & Company, almeno quattro. Innanzitutto i provider di modelli di Ai che cominciano, nemmeno troppo lentamente, a sostituire nelle loro funzioni i motori di ricerca e rivoluzionando, per l’ennesima volta, il campo della pubblicità. Negli ultimi anni, Big Tech ha prosperato proprio sulla pubblicità. Ha sostanzialmente drenato la stragrande maggioranza delle risorse investite per la réclame, lasciando le briciole agli altri. A cominciare dai media tradizionali e giù, finendo agli influencer e ai podcaster. C’è, poi, tutto il filone dell’auto a guida autonoma. Più che alle macchine tradizionali, l’interesse si spinge alla logistica e, soprattutto, al campo militare. Che poi son sempre collegati tra loro. Insomma, camion, tir e droni. In questo ambito, gli analisti della società di consulenza di Boston ritengono di inserire pure tutte le novità industrial. Un capitolo a parte meritano le dark factories e le fabbriche “movimentate” dai robot umanoidi. È la cosiddetta physical Ai. Che potrebbe rivoluzionare pure i campi della medicina e in particolare della chirurgia. Infine c’è la ricerca. A cominciare da quella farmaceutica per poi finire alla produzione di energia. E qui arriviamo ai tasti dolenti, l’altra metà del cielo dell’Ai. Su cui si addensano più nubi che prospettive.

Quanto costerà tenere in piedi le potenzialità dell’Ai

Sarà necessario aumentare, e di molto, la potenza di calcolo di cui si dispone oggi. Sarà ancora più importante allargare l’offerta di energia, possibilmente a prezzi accessibili (e non solo agli Over the Top digitali). La corsa ai data center, ormai, è già superata. Ora si parla di campus di infrastrutture digitali che siano più grandi (e potenti) di almeno cento volte rispetto a quelli che ci sono già. Ognuno di questi super-progetti costa tra i 150 e i 200 miliardi di dollari. In pratica, per Bain & Company, serviranno da qui al 2030 tra i 5mila e i 6.500 miliardi di dollari per triplicare l’attuale capacità computazionale. Considerati i costi di partenza, annotate le spese necessarie a preparare il terreno all’ultima, grande, rivoluzione digitale che ci attende, la domanda che si fanno gli analisti di mercato, a cominciare proprio da quelli di Bain & Company è sempre la solita. Quanto dovrà “guadagnare” (e far guadagnare) l’intelligenza artificiale per ripagare in tempi ragionevoli, i capitali giganteschi già scuciti e messi a disposizione dagli investitori, istituzionali e non, che si sono lanciati (senza paracadute?) in una gara senza esclusione né di colpi né di dollari? Il busillis dell’Ai è tutto qui.

Perché (stra)parlano di Apocalisse

Ed è (anche) per questo che mentre aumentano i costi fissi, i Ceo delle aziende più esposte nella gara al primato sull’intelligenza artificiale invocano calma, pazienza e chiedono di fermarsi facendo paventare Apocalissi imminenti. Dire di una tecnologia che è potenzialmente capace di uccidere “miliardi di persone” come fa Bill Gates è un trucco retorico. Non esiste uno strumento che sia intrinsecamente buono o cattivo. Dipende, al solito, dall’uso che se ne fa. Perché, altrimenti, bisognerebbe iniziare a pensare di vietare anche i coltelli da cucina. Potenzialmente sono delle armi, nella realtà ci servono a gustare una buona bistecca.

A che serve davvero l’intelligenza artificiale?

Il tema vero è un altro. A che serve l’intelligenza artificiale? O meglio, quanto (e chi…) farà guadagnare l’Ai?In attesa di capirlo, e soprattutto di comprendere come farà a trasformarsi da strumento in mano a pochi a fonte di redistribuzione del reddito per molti, bisognerebbe iniziare a parlare di regole. Le leggi servono a questo, a normare. Il settore digitale ha prosperato, per anni, in una sorta di Far West che ha portato, così come accadde alla fine dell’800, alla formazione di un vero e proprio cartello di oligopolisti. Dai padroni del vapore, ai padroni del digitale. Senza nemmeno lo straccio di un Mark Twain ma con tanti, troppi, sedicenti Savonarola. A cui, per ultima, s’è iscritta pure la signora Lagarde che prima profetizza facili guai sul fronte sicurezza e poi tuona: “Per utilizzare l’Ia in modo oculato, i responsabili politici devono prevedere i rischi per il sistema finanziario nel suo complesso”. Ma va?


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