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Economia

L’abisso finanziario dei Comuni del Sud

Nel dissesto sistemico al Sud si saldano fragilità economico-sociali del territorio, storture normative e disfunzioni regionali

di Angelo Vitale -


Un dato, più di ogni altro, definisce la mappa della vulnerabilità istituzionale in Italia: il collasso finanziario degli enti locali parla in modo quasi esclusivo le lingue del Mezzogiorno.

Una frattura profonda

Tre sole regioni — Sicilia, Calabria e Campania — assorbono da sole il 63,6% di tutte le procedure di crisi attivate dal 1989 a oggi (919 su 1.448) e ben l’80,4% dei dissesti dichiarati nell’ultimo quinquennio.

In Calabria, più di un Comune su due (54,2%) è passato per le forche caudine del dissesto o del predissesto. In Sicilia la quota tocca il 41,4% (coinvolgendo oltre il 66% della popolazione regionale). In Campania si attesta al 39,1%. Nel resto d’Italia, eccezion fatta per alcune aree del Lazio o della Puglia, il fenomeno diventa marginale, per azzerarsi quasi del tutto nel profondo Nord.

La relazione della Corte dei conti

Per la Corte dei conti, nella sua ultima Relazione al Parlamento, addossare l’origine di questo disastro unicamente alla “cattiva gestione” o al malcostume politico significa guardare l’albero e ignorare la foresta.

Il dissesto sistemico nel Mezzogiorno, piuttosto il sintomo visibile di un collasso multilivello. In esso, fragilità economico-sociali del territorio, storture normative e disfunzioni regionali si saldano in un circolo vizioso che soffoca la vita amministrativa.

Il primo fattore determinante è l’incapacità cronica degli enti di convertire i tributi teorici in liquidità reale. Nei bilanci dei Comuni meridionali, una sistematica sopravvalutazione della capacità contributiva dei cittadini. Le percentuali di riscossione dei debiti tributari arretrati come Tari o Imu crollano drammaticamente su livelli minimi, compresi tra il 9% e il 16%.

Per mantenere in pareggio i conti formali, gli enti iscrivono a bilancio “crediti fantasma” che non incasseranno mai. Senza soldi veri in cassa, ricorrono in via strutturale all’anticipazione di tesoreria con le banche e all’utilizzo illecito dei fondi vincolati. Il sistema di cassa scoppia, i debiti commerciali verso fornitori, aziende energetiche e di servizio pubblico si trasformano in valanghe di pignoramenti e decreti ingiuntivi.

La “colpa” delle Regioni

Il secondo livello di criticità risiede nell’azione delle stesse amministrazioni regionali, spesso parte determinante del problema. In Sicilia, i sistemi di commissariamento ad acta per la mancata approvazione dei bilanci generano ritardi paralizzanti. In Campania e Calabria, le storture nella gestione della programmazione degli ambiti ottimali per il ciclo dei rifiuti e le risorse idriche provocano un effetto domino.

Centinaia di Comuni si trovano aggrediti da debiti milionari arretrati nei confronti delle Regioni o dei consorzi d’ambito per la fornitura dell’acqua potabile e il conferimento in discarica.

Una “macchina fragile”

Infine, in molti piccoli Comuni del Sud la crisi finanziaria è amplificata dall’instabilità delle strutture amministrative. Nelle grandi città, poi, la multifattorialità del disagio sociale e il carico di contenziosi legali pregressi generano fenomeni di “avvitamento”, in cui la gestione delle urgenze quotidiane divora qualsiasi tentativo di risanamento.

Al Sud il tasso di recidiva è altissimo. Oltre 60 Comuni sono sprofondati per due o tre volte nel default. Nel “buco”, l’incapacità di far quadrare i conti di un municipio. Ma pure il progressivo prosciugamento della capacità dello Stato di garantire i diritti fondamentali e i servizi essenziali a 6,5 milioni di cittadini.

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