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Sociale

Il Vaticano ferma don Biancalani, finisce l’era del “prete dei migranti”

La Santa Sede respinge i ricorsi del sacerdote pistoiese e conferma la rimozione dalle parrocchie di Vicofaro e Ramini

di Priscilla Rucco -


Si chiude, almeno sul piano canonico, una delle vicende più discusse della Chiesa italiana degli ultimi anni. Don Massimo Biancalani, il sacerdote pistoiese conosciuto in tutto il Paese come il “prete dei migranti”, non guiderà più le parrocchie di Santa Maria Maggiore a Vicofaro e di San Niccolò a Ramini. Il Dicastero per il Clero ha infatti respinto i ricorsi presentati dal religioso, confermando in via definitiva il percorso di rimozione avviato dall’ex vescovo di Pistoia e Pescia, monsignor Fausto Tardelli. Una decisione che arriva da Roma dopo mesi di attesa e che segna la fine di un’esperienza di accoglienza durata circa un decennio, capace di dividere l’opinione pubblica, la politica e la stessa comunità ecclesiale.

Don Massimo Biancalani: dieci anni tra accoglienza e polemiche

Per comprendere la portata del provvedimento occorre tornare indietro. Dal 2015 la parrocchia di Vicofaro era diventata un punto di riferimento per centinaia di persone straniere senza dimora, arrivando a ospitarne fino a duecento tra canonica e locali parrocchiali. Un impegno che aveva trasformato don Biancalani in un simbolo per il mondo del volontariato e, allo stesso tempo, in un bersaglio per chi denunciava condizioni igienico-sanitarie precarie, tensioni con il vicinato e una gestione ritenuta fuori controllo. Nel luglio del 2025 la situazione era precipitata: la polizia, in tenuta antisommossa, aveva eseguito lo sgombero dei migranti ancora presenti negli spazi di Vicofaro. Poche settimane dopo, il vescovo Tardelli aveva tolto al sacerdote la rappresentanza legale della parrocchia, affidandola in via provvisoria a monsignor Patrizio Fabbri. Don Biancalani aveva però proseguito la propria attività a Ramini, dove aveva accolto una cinquantina di persone rimaste senza un tetto.

Il rifiuto dell’incarico e la decisione di Roma

La diocesi aveva tentato una via d’uscita, offrendo al religioso un incarico presso l’Ufficio missionario diocesano: una collocazione che gli avrebbe permesso di continuare a occuparsi dei più fragili, ma lontano dalla guida diretta delle comunità parrocchiali. Il sacerdote aveva rifiutato, rivendicando la volontà di portare avanti la propria missione di accoglienza, e aveva scelto la strada dei ricorsi alla Santa Sede: uno contro la perdita della rappresentanza legale di Vicofaro, l’altro contro il trasferimento all’Ufficio missionario. La risposta della Curia romana è stata netta. Secondo le autorità ecclesiastiche, don Biancalani avrebbe trascurato la pastorale ordinaria e trasformato di fatto le due parrocchie in strutture di accoglienza prive di autorizzazioni, con un progressivo svuotamento della vita comunitaria e senza tenere conto delle proteste di una parte dei parrocchiani e dei residenti.

Sessanta giorni per l’ultimo appello

Il diritto canonico concede al sacerdote sessanta giorni di tempo per rivolgersi al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, una sorta di ultimo grado di giudizio della giustizia vaticana. Un eventuale nuovo ricorso, però, non sospenderebbe l’efficacia del provvedimento già adottato. Nel frattempo don Biancalani ha difeso pubblicamente il proprio operato, richiamando l’insegnamento di papa Francesco sull’accoglienza degli ultimi come bussola del suo ministero. Dall’altra parte, il nuovo vescovo di Pistoia, monsignor Augusto Mascagna, ha mostrato l’intenzione di abbassare i toni e di riportare la vicenda su un piano pastorale: sarà lui a presiedere nella chiesa di Vicofaro una celebrazione eucaristica pensata come l’avvio di una nuova fase per la comunità.

Una domanda che resta aperta

Quale sarà il destino delle persone che in questi anni hanno trovato in quelle parrocchie un riparo e un punto di riferimento? La storia di Vicofaro ha rappresentato – nel bene e nel male – uno specchio delle contraddizioni italiane sull’immigrazione: da un lato la generosità di chi apre le porte, dall’altro le regole, i limiti e le responsabilità che ogni forma di accoglienza comporta inevitabilmente. Comunque la si giudichi, la rimozione di don Biancalani chiude un capitolo, ma non cancella la domanda che quella esperienza ha posto con forza a tutti: come coniugare la carità con l’ordine, e la solidarietà più generosa con la vita quotidiana e concreta di una comunità che chiede di essere solamente ascoltata.

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