Per Cucchi la Questura è sempre colpevole, anche contro i fatti
Ilaria Cucchi ha definito la Questura di Bologna «una sede di partito». Una Questura della Repubblica, con poliziotti e impiegati, dove entra chi chiede protezione e perfino chi della Polizia pensa male. La senatrice contesta gli esponenti del centrodestra che hanno manifestato solidarietà ai due agenti intervenuti su Fakir. È suo diritto. Farne una sezione di partito è altro. Non tutti i parlamentari frequentano gli stessi luoghi.
Il paradosso arriva con la parola giustizia, reclamata purché si anticipi la risposta giusta. Nella rassegna del 12 settembre, i giornali attribuiscono alle dichiarazioni di Fabio Anselmo, marito della senatrice, alcune espressioni. Repubblica: «Gli attacchi continui sono un segnale mafioso» e certezze sul nesso tra la morte di Fakir e l’intervento della Polizia. Libero titola «Stato mafioso» e riporta: «Fakir doveva morire ed è giusto che sia morto, questo è il segnale della propaganda di Stato».
Se la causa della morte è già stabilita, a cosa servono magistrati, periti e medici legali? A mettere il timbro? Anselmo teme che alla cocaina venga attribuito un peso diverso nella morte. Da chi? Dai magistrati? Quindi, il magistrato è indipendente se arriva alla conclusione prevista, il medico legale autorevole se l’autopsia conferma la tesi morale. Altrimenti aleggia la propaganda di Stato. Non è giustizia, ma una costruzione morale e di parte, si decide prima chi rappresenta il bene e chi il male, poi si invitano i fatti a presentarsi ben vestiti all’udienza.
Il dramma familiare della Cucchi merita rispetto, ma gli abusi non passano per contagio tra divise diverse. Una senatrice dovrebbe avere una misura in più. Il dolore può spiegare uno sguardo. Non può diventare un diverso Codice penale. Nelle Questure si lavora per proteggere gli altri. Si insegue chi rapina, sfrutta o spaccia morte. Sono scelte. Come quelle della politica, il partito della Cucchi ha eletto un’eurodeputata arrestata e detenuta all’estero, con precedenti definitivi in Italia, poi condannata in primo grado a risarcire due ex collaboratori per recessi senza giusta causa.
Ieri Il Giornale raccontava che, mentre propone un censimento degli affitti troppo cari e «classisti», gli ex collaboratori attenderebbero il dovuto e i legali sarebbero arrivati al pignoramento dello stipendio. Per riavere alcuni libri da una collaboratrice, invece, sarebbe partito un decreto ingiuntivo. Meraviglie della verità di partito, il diritto del lavoratore può attendere, quello sui propri libri trova subito il tribunale. La lotta contro la proprietà è meno romantica quando la proprietà è la propria.
E un deputato eletto dallo stesso partito ha avuto familiari a processo per cooperative dell’accoglienza, mentre lavoratori stranieri denunciavano stipendi non pagati. Non è un’equiparazione. È questione di principio. La legalità non ha uniforme, toga o tessera. È il limite posto al potere perché la dignità dell’altro non dipenda dalla forza di chi lo esercita. Il potere diventa abuso quando riduce l’altro a mezzo. Può accadere dietro un manganello, ma anche fra datore e lavoratore, negando salario o diritti. Se è abuso, resta abuso anche quando non coincide con l’immagine ideologica scelta per riconoscerlo.
La vita umana è sacra e la dignità non negoziabile. La vita di Fakir, come ogni vita, per noi cristiani esige verità, non un verdetto anticipato. Se un poliziotto viola la legge deve risponderne. Lo stesso vale per chi esercita potere sull’altro. I diritti umani sono tali solo se universali. Diventano propaganda quando proteggono la persona vicina e si fanno elastici davanti al potere culturalmente affine. È la selettività dello sguardo morale.
Se Cucchi considerasse intollerabile il possibile abuso di un poliziotto, dovrebbe considerare altrettanto intollerabile lo sfruttamento di un lavoratore o la negazione del salario, anche quando lambiscono la sua area politica. E quando frange violente antagoniste e No Tav, assaltano incendiano mezzi della polizia e feriscono poliziotti, la stessa indignazione perde voce. Il megafono incrostato d’ideologia, allora, si fa afono. Si selezionano gli abusi da vedere e quelli da ignorare. Per un poliziotto ferito o per i familiari di un agente morto in servizio, non c’è passione, o quote-poliziotto.
Basterebbe che quel dolore interessasse chi ritiene di assumere giustizia e verità a bandiera. I poliziotti, quando soccorrono un cittadino, non chiedono se ha la tessera della Cucchi o di altri. Tentare di trasformare la Polizia, il lavoro e i doveri dei poliziotti nel simbolo negativo di uno Stato da processare è altro. È un’idea incivile e antropologicamente regressiva.
In democrazia, l’autorità non nasce dalla divisa o dalla toga ma dalla legge. La morale pubblica non può essere piegata all’ideologia. Prima si assegna alla Polizia una funzione negativa, il potere che reprime, abusa e copre sé stesso. Poi si osservano i fatti attraverso quella lente. L’intervento del poliziotto diventa sospetto. Se due agenti ricevono solidarietà, la Questura diventa sede di partito. Se magistrati e periti verificano il racconto, l’accertamento scientifico rischia di diventare propaganda. Non è più la realtà a formare il giudizio. È il giudizio già formato che seleziona la realtà che gli serve.
La giustizia ha una caratteristica sgradevole per le tifoserie. Può dare torto a chi la invoca. Una Questura può sbagliare. Un poliziotto può eccedere. Un magistrato può arrivare a conclusioni sgradite. Un’autopsia può smentire gli uni o gli altri. Ma a qualche inquilino di Palazzo Madama un po’ di gravitas non guasterebbe. La giustizia non è la verità della parte che grida forte dal suo ruolo istituzionale. E la Questura non diventa un partito perché è entrato qualcuno che a Ilaria Cucchi non piace.
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