Parità assoluta. Domani l'esito definitivo del voto
La Svezia è sospesa tra due blocchi quasi equivalenti senza un vincitore certo. Con il 94-95% delle schede scrutinate, il centrosinistra guidato da Magdalena Andersson risulta avanti di tre seggi, 176 contro i 173 del blocco conservatore del premier uscente Ulf Kristersson, su un totale di 349. Un margine minimo, quasi simbolico. Restano da contare circa 200mila voti, molti dei quali provenienti dall’estero, e secondo le autorità elettorali lo scrutinio completo richiederà giorni. Il Paese è spaccato, polarizzato, attraversato da linee di frattura che rendono la governabilità un esercizio molto complesso.
L’altalena dei dati e le prime reazioni dei leader
La notte elettorale è stata un susseguirsi di oscillazioni. Gli exit poll diffusi da SVT e TV4 avevano inizialmente consegnato al centrosinistra un vantaggio netto, alimentando festeggiamenti e brindisi nel quartier generale socialdemocratico. Andersson, 59 anni, ex premier e figura centrale della socialdemocrazia nordica, ha parlato ai suoi sostenitori con un tono che mescolava prudenza e ambizione: “Per il momento siamo in testa. Se questo risultato sarà confermato, la Svezia avrà un nuovo governo”. Ma quel margine, che sembrava solido, si è rapidamente assottigliato con l’avanzare delle operazioni, fino a ridursi, secondo alcune proiezioni, a un solo seggio.
Sul fronte opposto, Kristersson ha scelto la linea della resistenza istituzionale: “La questione di quale governo guiderà la Svezia nei prossimi anni resta aperta”. Una frase che fotografa perfettamente la situazione. Nessuno può dichiararsi vincitore, nessuno può dirsi sconfitto. E soprattutto, nessuno può governare senza trattare. La matematica parlamentare è implacabile. Qualsiasi maggioranza richiederà compromessi, aperture, forse persino alleanze inedite.
Arretra la destra radicale
Il dato politico più significativo arriva dal calo dell’estrema destra dei Democratici Svedesi, terza forza con il 17,7%. Un arretramento che pesa, perché indebolisce il blocco conservatore e riduce la capacità di pressione di un partito che negli ultimi anni aveva condizionato dall’esterno l’esecutivo. Il leader Jimmie Akesson ha ammesso la perdita di consensi, ma ha rivendicato che “sono molte di più le persone che non considerano più imbarazzante dire di essere Democratici Svedesi”. Una dichiarazione che conferma la persistenza di una frattura profonda nella società svedese, al di là dei numeri, e che suggerisce come la destra radicale, pur arretrando, resti un attore strutturale del sistema politico.
Si teme la paralisi negoziale
La mappa dei partiti conferma la frammentazione. Socialdemocratici al 27,9%, Moderati al 19,8%, Sinistra all’8,1%, Centro al 7,1%, Cristiano-democratici e Verdi al 6,2%, Liberali al 5,4%. Una geografia politica che non offre scorciatoie. La spaccatura è a metà. Le trattative che si apriranno nei prossimi giorni si annunciano lunghe, logoranti, forse persino inconcludenti. Gli analisti dei principali quotidiani svedesi parlano apertamente di un rischio di “paralisi negoziale”, un fenomeno che Stoccolma aveva sempre osservato da lontano, associandolo ad altri sistemi parlamentari europei.
La prudenza forzata dei vertici Ue
Intanto Bruxelles osserva con la bocca serrata. L’Unione europea aveva letto gli exit poll come il segnale di una possibile stabilizzazione progressista nel Nord Europa, dopo anni di avanzata delle destre radicali. L’urlo di soddisfazione, già pronto, resta strozzato in gola. La Svezia non consegna certezze, non conferma le aspettative, non offre una direzione chiara. Il Paese scandinavo vota ma non decide e si divide senza prevalere, costringendo l’Europa a fare i conti con una realtà politica sempre più frammentata. E che, soprattutto, dimostra come la crisi del consenso non sia più un fenomeno tipicamente mediterraneo o continentale, ma abbia raggiunto anche il cuore del modello nordico.
Il risultato finale arriverà solo nei prossimi giorni. Ma una cosa è già evidente. Qualunque governo nascerà, sarà fragile e dovrà muoversi tenendo conto di linee di frattura profonde, specchio di una crisi politica che non riguarda solo Stoccolma, ma l’intera Europa. La Svezia sospesa è il ritratto di un continente che non riesce più a trovare maggioranze solide, né a costruire narrazioni rassicuranti. E che, come Bruxelles, resta in bilico.