Ilva continua. Esplode la rabbia dei lavoratori, il governo corre ai ripari. L’ex Ilva è una polveriera. Ieri mattina, dopo gli operai di Genova, sono scesi in piazza i lavoratori di Taranto. Hanno bloccato gli ingressi alla raffineria dell’Eni e alcune strade. Lo sciopero si è prolungato fino alle sette di stamattina. In mattinata è arrivata una prima mossa. Il ministro all’Industria e Made in Italy, Adolfo Urso, ha convocato un tavolo per il 28 novembre.
Ilva continua: la giornata inizia tra le polemiche
All’incontro, però, si sarebbe parlato solo degli stabilimenti del Nord. A cominciare da quello di Cornigliano a Genova dove è iniziata un’occupazione che ha portato i lavoratori a dormire in strada per presidiare lo stabilimento. Un’iniziativa che non è servita ad altro che a gettare nuova benzina sul fuoco. I sindacati Fiom, Fim, Usb e Uil, difatti, hanno rigettato l’invito di Urso. “I tentativi del Governo di dividere territori, lavoratori e organizzazioni sindacali sono destinati a fallire. Come il 29 agosto abbiamo ottenuto il pieno sostegno di tutte le forze politiche per sostenere la continuità industriale, occupazionale e la decarbonizzazione dell’ex Ilva. Oggi chiediamo a tutte le forze politiche e sociali del Paese il sostegno alla lotta dei lavoratori e un intervento concreto e istituzionale che assicuri una prospettiva occupazionale e sostenibile ambientalmente per un’industria strategica. Chiediamo pertanto che il tavolo venga convocato alla presenza di tutte le istituzioni locali e regionali per tutto quanto il gruppo. La mobilitazione, in assenza di tale convocazione, proseguirà ad oltranza”.
La svolta per un tavolo unitario
Sono scesi in piazza tutti insieme, da Racconigi a Salerno, da Taranto a Marghera. E vogliono che una risposta sia data a tutti nello stesso identico momento. Nel pomeriggio, la prima svolta. Nell’ordine del giorno del consiglio dei ministri riunitosi ieri a Palazzo Chigi è spuntato, al primo punto, un nuovo decreto sulla situazione ex Ilva. Poco dopo, la seconda novità. Urso ha allargato il tavolo a tutti gli stabilimenti invitando i rappresentanti delle Regioni Puglia e Piemonte e degli enti locali interessati. Il tavolo che si riunirà a Palazzo Piacentini, a cui prenderà parte anche il ministro del Lavoro Marina Elvira Calderone, sarà unitario. Prima si parlerà degli impianti del Nord e poi “senza soluzione di continuità”, del resto.
Il dibattito della politica, i dati Svimez
Intanto anche la politica è andata in fibrillazione. Dopo l’appello al ripensamento formulato dagli arcivescovi di Genova Marco Tasca e Tortona Guido Marini, al governo è giunta la mano tesa di Calenda: “Pronto a collaborare per non far chiudere”. Schlein, invece, s’è unita al coro dei sindacati che non vogliono più trattare con Urso e che invocano l’intervento diretto di Giorgia Meloni. E mentre il consiglio dei ministri, iniziato poco dopo le 17 di ieri a Palazzo Chigi, discuteva dei provvedimenti da assumere per garantire un futuro all’azienda e ai suoi lavoratori, è arrivata pure la sentenza di Svimez. Secondo il direttore generale Luca Bianchi, intervenuto a Rainews Economia, l’ex Ilva non può chiudere e l’unica strada, al momento, è quella della nazionalizzazione: “Rispetto ai livelli di produzione dell’ex Ilva nel 2022, pari a circa 4 milioni di tonnellate che attivavano lo 0,7% del PIL del Mezzogiorno, oggi nel 2025, la produzione è dimezzata, con il conseguente dimezzamento del PIL prodotto. La nazionalizzazione non è più a questo punto una opzione ma l’unica scelta percorribile, anche per trasformare la città di Taranto da simbolo di crisi ambientale in polo di eccellenza per la produzione di acciaio verde e garantendo continuità occupazionale”.
La svolta nel consiglio dei ministri
Poi il decreto, partorito dal consiglio dei ministri, che garantisce la continuità operativa degli impianti. Nel provvedimento ci sono pure lo stanziamento dei fondi per la cassa integrazione portata al 70% e per pagare la formazione agli altri lavoratori che ne saranno interessati. Nello specifico, il decreto darà ad Acciaierie d’Italia la possibilità di usare i 108 milioni che restano dal finanziamento ponte per garantire l’operatività degli impianti fino a febbraio del prossimo anno. Un “termine” non casuale dal momento che proprio tra tre mesi dovrebbe concludersi la procedura per individuare un nuovo aggiudicatario. Contestualmente, saranno messi sul piatto venti milioni per rimpinguare la Cig a 4.550 operai e per finanziare la formazione. Nel decreto, infine, è spuntato anche il Fondo per gli indennizzi ai proprietari di immobili del quartiere Tamburi: saranno sbloccate le somme residue 2025 per gli indennizzi parziali relativi alle domande presentate l’anno scorso. All’azienda Adi, invece, sarà riconosciuto un indennizzo riconducibile a quelli per le imprese energivore che prevede, tra le altre cose, sconti in bolletta e un trattamento migliore sul fronte delle emissioni. La svolta, unita alla decisione di convocare un tavolo unitario per il 28 novembre, ha convinto i manifestanti a levare, letteralmente, le tende. A Genova, i lavoratori che avevano passato la notte a Cornigliano hanno iniziato, già in serata a smobilitare. In attesa di quel che sarà. Ilva continua.