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Giustizia

Referendum e “Impresentabili”: Il Fatto tra fantasmi, anatemi e titoli da tribunale morale

Il Fatto etichetta sostenitori del Sì come “impresentabili”: un’analisi elegante, ironica e precisa su Palamara, Bobbio e la fabbrica del sospetto nel dibattito sul referendum

di Anna Tortora -


Il Fatto e la fabbrica degli “impresentabili”

Quando Il Fatto Quotidiano titola: “Referendum: impresentabili già schierati a favore del sì”, il giornalismo lascia il posto alla classificazione morale preventiva. La logica è lineare quanto brutale: se sostieni il Sì sei sospetto; se sei sospetto sei impresentabile; se sei impresentabile, il Sì è sbagliato. Il risultato è un processo simbolico in cui realtà giuridica e contesto politico evaporano, sostituite da un marchio morale universale. Il lettore non è informato, è anestetizzato: ciò che conta non è il merito della riforma, ma la lista di nomi evocati, come in un rituale spiritico giornalistico.

Palamara, Nardi e Bobbio: il reale tra le fantasie mediatiche

Il primo nome evocato è Luca Palamara, ex magistrato romano, rimosso dall’ordine giudiziario dalla Sezione disciplinare del CSM, con radiazione confermata in via definitiva dalle Sezioni Unite della Cassazione, massimo provvedimento disciplinare previsto dall’ordinamento. Distinto dalle vicende penali, alcune in corso o concluse con strumenti negoziali tipici del diritto penale, Palamara viene trasformato in un simbolo morale onnipotente.
Segue Michele Nardi, radiato per associazione a delinquere in un contesto complesso come il Sistema Trani, ma nella narrazione del Fatto ridotto a “impresentabile” tout court, senza alcuna analisi del contesto.

Poi arriva Luigi Bobbio, ex senatore di Alleanza Nazionale (non di Forza Italia, dettaglio trascurato al giornale), dipinto come emblema di corruzione nonostante archiviazioni e assoluzioni. Bobbio reagisce con ironia: “Quand’anche io fossi Satana in persona, se una cosa è buona e giusta di per sé, resta tale anche se sostenuta da Satana e tutti i diavoli dell’inferno.” Parole che condensano l’unico vero metro del merito: non chi sostiene l’idea, ma cosa sostiene.
Il giornalismo del Fatto, invece, preferisce trasformare le persone in simboli, le eccezioni in regola e le assoluzioni in sospetto permanente, creando una narrazione più comoda che veritiera.

Il catalogo dell’impresentabilità e il sacrificio del dibattito

Nel calderone finiscono Pietro Errede, Augusto Barbera, Daniela Santanchè e Giovanni Toti, evocati non per ciò che rappresentano nel dibattito pubblico, ma per alimentare un clima di sfiducia generalizzato. La distinzione tra responsabilità personale, procedimenti in corso e decisioni politiche evapora, sostituita da un’unica griglia morale: chi sostiene il Sì è automaticamente sospetto.
Il risultato non è un’analisi del referendum, ma un collage di insinuazioni e scorciatoie morali che sacrifica il dibattito politico sull’altare della delegittimazione personale. Le riforme dovrebbero essere giudicate per merito e contenuti, non per chi le sostiene, ma il Fatto preferisce l’effetto visivo di una lista di nomi macchiati di colpe simboliche. Rumore e panico comunicativo sostituiscono chiarezza e verità.

Fantasmi, anatemi e impresentabili

Alla fine, sembra che per certa stampa il referendum non sia una consultazione popolare, ma una seduta spiritica: fantasmi evocati, nomi agitati, anatemi lanciati e lettori terrorizzati. L’“impresentabile” diventa una categoria ontologica, un peccato originale che non si lava neppure con l’assoluzione.
Del resto, è rassicurante: se vincono quelli del No, ha vinto la democrazia; se vincono gli altri, è colpa degli impresentabili. Un sistema perfetto, impermeabile alla realtà, comodissimo: non serve capire, basta condannare. Con buona pace del diritto, del merito e dell’intelligenza dei lettori.

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