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Attualità

Innovazione, siamo 31esimo posto: ecco perché

Italia eccellente in alcuni settori ma arretrata in altri

di Dave Hill Cirio -

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni con Roberta Metsola al Dama Tecnopolo di Bologna per visitare il supercomputer Leonardo, uno dei più potenti del mondo


Innovazione, siamo al 31esimo posto. Ancora una volta. Secondo il Teha Global Innosystem Index 2026, l’Italia è un gigante paralizzato, fermo nella stessa posizione del 2023, mentre il mondo accelera a velocità supersonica.

Il Forum di Stresa

La fotografia scattata al Technology Forum di Stresa non è solo un dato statistico. E’ un atto d’accusa verso un sistema Paese che produce eccellenza scientifica ma la condanna a un limbo burocratico e finanziario.

Restare fermi mentre nazioni come India e Australia balzano in avanti equivale, nei fatti, ad arretrare pericolosamente.

Il dato che emerge dai rapporti delinea un quadro unico al mondo, che potremmo definire come un “cortocircuito dell’eccellenza”. L’Italia è stabilmente al quinto posto mondiale per numero di pubblicazioni scientifiche e citazioni accademiche. Ancora più sorprendente è il sesto posto globale per efficacia, cioè la capacità di trasformare la ricerca in valore economico concreto, superando potenze del calibro di Germania, Francia e Cina.

In parole povere: i nostri ricercatori e le nostre imprese fanno miracoli con le briciole, dimostrando una resilienza straordinaria nel capitalizzare le scarse risorse disponibili.

Innovazione: un cortocircuito

Tuttavia, questa efficienza si scontra con una dotazione infrastrutturale sbilanciata. Disponiamo di una flotta di “macchine” potentissime: siamo al settimo posto mondiale per potenza di calcolo grazie a infrastrutture come il supercomputer Leonardo.

Eppure, queste macchine rischiano di restare chiuse in garage: l’Italia precipita al 42esimo posto per numero di sviluppatori software ogni mille abitanti. Costruiamo i computer più veloci del pianeta, ma non abbiamo gli sviluppatori per farli “correre”.

Per una ricerca dei “colpevoli” di questo stallo, dobbiamo guardare ai decenni di disinvestimento nell’istruzione, una scelta politica che oggi presenta il conto sotto forma di un “inverno delle competenze”.

Corea batte Italia…

Il confronto internazionale è un’umiliazione statistica: in Corea del Sud il 71% dei giovani è laureato, in Italia ci fermiamo al 31,5%: anche per questo il 31esimo posto in innovazione. Siamo la nazione che destina all’istruzione appena il 4,07% del Pil, contro il 7,32% della Svezia.

Questa emorragia di futuro è alimentata da una fuga di cervelli che non accenna a fermarsi. Negli ultimi dieci anni, l’Italia ha perso 87mila giovani laureati trasferitisi all’estero, un impoverimento strutturale che limita la nostra capacità di creare startup innovative.

Anche nelle discipline Stem, il vero carburante della competizione globale, siamo in ritardo: la quota di laureati tecnici si ferma al 23,5%, ben lontana dal 35,5% della Germania. Senza una base di talenti, l’innovazione resta un’enclave per pochi eletti. Ad aggravare la carenza di capitale umano si aggiunge una cronica siccità finanziaria.

Pochi capitali

Mentre gli Stati Uniti inondano le loro imprese di capitali di rischio (109 miliardi di dollari di investimenti privati nel 2024), il Venture Capital italiano è quasi impercettibile: lo 0,03% del Pil.

Questo “deserto” impedisce la nascita di grandi campioni tecnologici: l’Italia conta appena 0,05 “unicorni” – le startup da oltre un miliardo – per milione di abitanti. A Singapore sono 2,65. Persino gli investimenti privati in ricerca & sviluppo sono asfittici, fermi allo 0,79% del Pil.

La conseguenza è un ecosistema che fatica a scalare: sebbene in Europa nascano più startup che negli Usa, le nostre imprese muoiono o restano nane perché non trovano i fondi necessari per superare la fase di prototipo.

Cosa fa il governo

In questo scenario, il governo Meloni si trova a gestire l’ultima grande occasione di rilancio: il Pnrr. Tuttavia, la macchina dello Stato procede col freno a mano tirato. A fine 2024, la spesa effettiva rispetto ai fondi assegnati era ferma ad un preoccupante 35%.

Se la Missione 1 (Digitalizzazione) mostra qualche timido progresso con una spesa del 46%, la Missione 6 (Salute) è in forte affanno, ferma al 15%. I “colli di bottiglia” sono sempre gli stessi: burocrazia soffocante e scarsa capacità di spesa degli enti locali.

In più, pure polemiche da più parti sul recente Ddl Ai per una norma iniziale che prevedeva l’obbligo di localizzare i server dell’intelligenza artificiale entro i confini nazionali. Una mossa di “sovranismo digitale” percepita dalle imprese come una barriera all’innovazione, che avrebbe rischiato di isolare l’Italia dai flussi tecnologici globali prima di essere saggiamente soppressa.

Nonostante i dati impietosi dell’Index 2026, la posizione ufficiale del governo punta sulla narrazione della crescita. In una nota del 2025, il Mimit celebrava il record di brevetti depositati nel 2024 (oltre 10mila con un incremento del 7,4%), dichiarando che tali numeri “non possono che confermare la propensione verso l’innovazione da parte del nostro sistema imprenditoriale”. E sottolineando il “crescente interesse per il mercato italiano da parte di aziende straniere” provenienti da Cina e Usa.

Da solo, l’aumento dei brevetti non basta

Tuttavia, l’aumento dei brevetti — per quanto positivo — rischia di essere un indicatore parziale se non inserito in un sistema che sa proteggerli e valorizzarli. Senza un piano d’urto per le competenze Stem, senza la semplificazione drastica della spesa del Pnrr e senza un fisco che premi chi scommette sul rischio, il 31esimo posto dell’Italia in innovazione rimarrà un soffitto di cristallo infrangibile. Possediamo le macchine più veloci, ma continuiamo a lasciarle senza sviluppatori e senza “carburante”.


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