Integrati o integralisti
Da oggi mi dichiaro: sono un po’ più integralista! C’è una parola che torna ossessivamente nel dibattito pubblico italiano sull’immigrazione: integrazione. Ma quello che sta accadendo sul nostro territorio assomiglia sempre meno a un processo di assimilazione e sempre più al suo contrario. Non stranieri che imparano l’italiano, rispettano le leggi, adottano i valori della convivenza civile. Ma episodi — sempre più numerosi, sempre più gravi — che raccontano un’altra storia.
Una storia fatta di aggressioni negli ospedali, dove pazienti stranieri colpiscono il personale sanitario e vengono descritti come “perfettamente integrati” e giustificati dalla “lunga attesa”. Una storia di terroristi sbarcati sulle nostre coste rivendicando protezione umanitaria, scoperti poi essere combattenti islamici con sangue sulle mani. Una storia di violenze su minori nelle stazioni, di stupri che diventano quasi routine di cronaca, raccontati con il contagocce dai media mainstream come se la nazionalità dell’aggressore fosse un dettaglio trascurabile.
E sullo sfondo, il tentativo sistematico di portare nella società italiana istituti giuridici e culturali incompatibili con la nostra civiltà. La sharia non è una curiosità antropologica: è un sistema normativo che fonde religione e Stato in modo indissolubile, che regola i corpi delle donne, che chiama “matrimonio” quello che noi, senza mezzi termini, chiamiamo pedofilia. Quella bambina di otto anni, morta nella notte di nozze per lesioni interne, non è una leggenda metropolitana. È una vittima reale di una cultura che non può e non deve trovare cittadinanza — né letterale né metaforica — nel nostro Paese.
Di fronte a tutto questo, la risposta del centrosinistra sia dove le leggi si fanno che dove dovrebbero essere fatte rispettare, è stata per anni una combinazione di accoglienza incondizionata e silenzi imbarazzati. Una politica che ha aperto le porte senza chiedere nulla in cambio: “serve manovalanza nei campi” ci hanno detto “dobbiamo raccogliere i pomodori” salvo poi scoprire che i pomodori si comprano comunque all’estero, mentre il prezzo sociale di quella scelta lo pagano le infermiere aggredite, le ragazzine violentate, i cittadini che hanno paura in stazione.
La destra — se vuole davvero continuare a governare — deve avere il coraggio di una proposta seria, strutturata, di lungo respiro. Vent’anni devono essere il tempo minimo per ambire alla cittadinanza italiana. Non per punire chi arriva, ma per selezionare chi rimane. Vent’anni durante i quali ogni straniero presente sul territorio italiano ha diritto alla tutela della legge, alla sanità, all’istruzione. Ma non al voto. Non alla cittadinanza. Non alla candidatura in nessuna istituzione della Repubblica. Vent’anni per dimostrare — con prove concrete, verificabili — di avere abbracciato i valori fondanti di questa nazione: la laicità dello Stato, la parità tra uomo e donna, il rispetto assoluto dei minori, il rifiuto di ogni sistema normativo parallelo. Dopo potrò avere la cittadinanza ma limitata: niente possibilità di voto, niente possibilità di essere votato. Questo mai.
Chi vuole portare la sharia in Italia non si sta integrando. Si sta sostituendo.
E l’Italia, che ha costruito la sua identità su secoli di diritto romano, di Rinascimento, di Costituzione repubblicana, non ha nessun obbligo morale di smantellare sé stessa per accogliere chi non ha alcuna intenzione di diventarne parte.
Integrati o integralisti. Non esistono vie di mezzo. E il tempo degli equivoci è finito.
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