Israele si trova in uno dei passaggi più delicati della sua storia politica recente. Mentre il presidente Isaac Herzog sta per avviare le consultazioni per la formazione del nuovo governo, il Paese continua a interrogarsi sul proprio futuro strategico, sul ruolo di Benjamin Netanyahu e sulla trasformazione degli equilibri interni, segnati anche dalla crescente influenza delle formazioni arabe. In questo quadro si inserisce il dibattito sul rapporto tra identità nazionale, sicurezza e appartenenza all’Occidente, temi che attraversano da anni il confronto pubblico israeliano. Ne parliamo con Mario Sechi, direttore dell’Agenzia Dire, appena rientrato da Israele.
Direttore, lei è appena rientrato da Israele. Il presidente Isaac Herzog domani avvierà le consultazioni per la formazione del nuovo governo, partendo dai partiti minori. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, che Paese ha trovato? Un Israele convinto di poter uscire dall’impasse politica o una nazione ancora sospesa tra guerra, sicurezza e incertezza istituzionale?
Intanto diciamo che tutti gli argomenti che vengono sollevati in Europa su Israele in Israele non valgono. Questa è la cosa incredibile. Nessuno parla dei due popoli in due Stati, tanto per dirne una. Nel dibattito nessuno si immagina che adesso ci possa essere uno Stato palestinese. E ancora meno è in discussione la condotta dell’esercito di Israele. Rispetto all’esercito di Israele né i sostenitori di Netanyahu né il campo di Eisenkot hanno dubbi su che cosa debba fare. La stessa cosa vale per il genocidio e i quotidiani argomenti della cara vecchia Europa, degli intellettuali alla moda, degli esseri pensanti, degli intelligenti a prescindere, Sono argomenti che non funzionano. Quello che funziona in Israele, che è all’ordine del giorno, è la sicurezza, che non è confusa con una generica pace, quella degli utopisti. Se vai a parlare con le persone, dalle persone normali che fanno la spesa al supermercato ai politici di lungo corso e ne ho incontrati parecchi, in questi giorni, fino a diplomatici, analisti, nessuno si illude sul fatto che Hamas continui ad essere un pericolo, che Hezbollah continui a sognare di invadere Israele da nord, che le fazioni jihadiste in Siria, al comando di Al-Jolani e di altri gruppi fuori controllo, vogliano invadere. La sicurezza e la stabilità che poi possono portare alla pace e così via sono il tema numero uno. Nel campo economico c’è un problema, diciamo, di prezzi, ma bisogna considerare che rispetto a quello che siamo noi, Israele è in pieno boom. Hanno fatto i record del PIL e la società israeliana, l’economia israeliana è vivissima. Si tratta di una nazione vibrante. La rappresentazione che viene fatta di Israele in realtà deriva da pregiudizio. Devo dire, io ho parlato con parlamentari del campo di Eisenkot, non non dei comprimari, ma delle persone che sono protagoniste in questo momento dei negoziati, parlamentari del campo di Netanyahu, analisti, ambasciatori sono stato al confine con Gaza, sono stato al confine con il Libano, e le priorità sono altre, non sono quelle che vengono dipinte dai media europei.
Benjamin Netanyahu continua a dominare la scena politica israeliana, ma il suo ritorno appare tutt’altro che scontato. Dopo le impressioni raccolte sul campo, vede ancora in lui l’uomo inevitabile del sistema israeliano o percepisce per la prima volta una reale possibilità che il suo ciclo politico stia entrando nella fase finale? E quali sono, oggi, le sue concrete probabilità di ottenere l’incarico e trasformarlo in una maggioranza di governo?
Quando si nomina Netanyahu bisogna ricordare che stiamo parlando del politico di maggior successo nella storia politica di Israele. Nessuno è stato più a lungo Primo Ministro di Netanyahu, nessuno è longevo come Netanyahu, nessuno ha mai avuto la leadership di Netanyahu. E nella politica israeliana i leader non sono certo mancati. Netanyahu è il mago del sudoku politico israeliano. Quando tu pensi che sia definitivamente uscito di scena, Netanyahu, spunta fuori dalla scatola, io la definirei magic box, come un folletto, no?Il Financial Times ha usato un’espressione felice, l’unica forse di tutte le analisi che solitamente sbaglia su Netanyahu, e cioè che è Houdini. La regola numero uno della politica israeliana sapete qual è? Mai sottovalutare Netanyahu. È vero che in teoria Gadi Eisenkot può fare la coalizione con gli arabi e dunque forse ha una carta in più da giocare. Potrebbe anche fare un governo di minoranza,e cioè non far entrare gli arabi in coalizione ufficialmente e a averne, come dire, l’astensione, quindi la benevolenza. Un governo di minoranza è un governo che per definizione nasce malaticcio. È difficile che possa governare. Il sistema israeliano è un sistema parlamentare, nonostante i nostri valorosi mentecatti del progresso la definiscano come una dittatura. Israele è una splendida democrazia. E la dimostrazione è che i partiti arabi hanno 19 seggi, mai avuti così tanti. Diciamo che Netanyahu è in campo, ha delle possibilità, Eisenkot sulla carta in teoria ne ha di più, ma se le fallisce poi è morto. Perché se lui fallisce la carta dei partiti arabi, che quella è la sua vera carta, o dentro o fuori come governo di maggioranza, poi ha un’altra sola possibilità, fare il governo con Netanyahu. E se rifiuta quella possibilità ha un’altra sola strada, andare alle elezioni anticipate, Benjamin Netanyahu vincerebbe.
In “Occidente o niente” lei individua nella scelta occidentale una linea di confine culturale, politica e persino esistenziale. Quanto di quella riflessione ritrova nell’Israele di oggi, dove crescono il peso e l’influenza dei partiti arabi negli equilibri parlamentari? E, in un tempo dominato da narrazioni ideologiche e tifoserie geopolitiche, quanto conta il racconto di chi Israele lo attraversa e lo osserva sul posto rispetto alle opinioni di chi costruisce giudizi a migliaia di chilometri di distanza, spesso senza averne mai respirato la realtà?
La prima risposta è la tesi di Occidente o niente che Gerusalemme, Atene, Roma, Parigi, Londra, Washington fanno parte di un’unica fiumana nella storia. Diverse, fatti diversi, ma alla fine il logos, la ragione, il rispetto, la dignità dell’uomo, il valore della vita sono tratti comuni. Non è che la la democrazia di Atene fosse una cosa fiabesca, perché all’epoca c’erano gli schiavi. Viene idealizzata da molti senza conoscerla, capito? Però c’ha il logos, la filosofia. Per non parlare della grande storia di Roma e della rivoluzione francese con i suoi eccessi, della restaurazione, del terrore. L’Occidente ha una sua unità che non significa essere monolitico. Israele è raccontato come un unicum con un fondamento nella religione. Non a caso è una delle condizioni richieste ai partiti arabi, cioè riconoscere lo Stato ebraico. L’altra è condannare Hamas come movimento terroristico, l’altra è aderire alla dichiarazione di indipendenza di Israele e l’altra ancora è accettare il servizio militare. Israele non è monolitico. Quando si chiede se la presenza dei partiti arabi non neghi l’Occidente, la risposta è “no”, è il contrario, l’Occidente è la tolleranza, l’Occidente è de Tocqueville, l’Occidente è la diversità, l’Occidente è la multiformità, l’Occidente è l’arricchimento, l’Occidente è il correggere i propri errori, l’Occidente sono le regole. L’Occidente è il continuo cercare di migliorare le proprie condizioni, le proprie condizioni dal punto di vista del pensiero e naturalmente anche le proprie condizioni dal punto di vista del benessere materiale. Questo è l’Occidente. Israele corrisponde esattamente a questa idea di Occidente, con una società plurale che combatte per la sua esistenza, circondata dai nemici, unica democrazia del Medio Oriente, che combatte su sette fronti. Il mio è un racconto tutto fatto di testimonianze, Io c’ero. Il classico lavoro del cronista. Racconto quello che ho visto, non quello che ho sentito dire. Che dovrebbe essere l’essenza della nostra professione.