L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



L'intervista

Sovranismo responsabile: la nuova geografia del potere tra popoli in rivolta, Europa in crisi e identità che tornano a decidere la storia

Intervista con Alessandro Scipioni, autore del libro “Appunti per un sovranismo responsabile”

di Ernesto Ferrante -


Nel suo nuovo libro “Appunti per un sovranismo responsabile”, edito da Passaggio al Bosco, Alessandro Scipioni propone una lettura controcorrente di un fenomeno politico spesso liquidato come reazione emotiva, chiusura identitaria o nostalgismo incapace di misurarsi con il presente. Al contrario, nelle sue pagine il sovranismo viene definito come una forma di responsabilità per restituire centralità ai popoli, difendere le identità senza scivolare nel nazionalismo sterile, affrontare la globalizzazione senza subirla, ripensare l’Europa come comunità di nazioni libere e consapevoli. Un approccio, irrobustito dalla prefazione dell’onorevole Riccardo Migliori e dalla postfazione di Carlotta Andrea Buracchi Bresciani, che permette di leggere “da vicino” un contesto europeo in piena trasformazione, dalle presidenziali francesi alle porte, al boom di AfD nelle regionali in Sassonia-Anhalt e Mecleburgo-Pomerania, fino al fenomeno Farage nel Regno Unito e ai numeri attribuiti dai sondaggi a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci in Italia. In questo scenario, il sovranismo non appare più come un moto di protesta, ma come una domanda politica strutturata. Ne discutiamo con l’autore.

Nel suo libro lei sostiene che il sovranismo, lungi dall’essere una reazione istintiva o nostalgica, può diventare una forma di responsabilità politica. Come si colloca questa idea nel quadro europeo che vede l’avanzata di AfD in Germania, la crescita di Nigel Farage nel Regno Unito e l’impatto che Futuro Nazionale potrebbe avere sugli equilibri del centrodestra italiano?

Credo che il sovranismo sia innanzitutto responsabilità, non delegare le scelte, ma caricarle su se stesso. I sovranisti sono attori politici che si assumono delle responsabilità e prendono delle decisioni. Poi chiaramente le forme di sovranismo si declinano in modi e sistemi diversi. È ovvio che la capacità o meno di riuscire a fare queste scelte poi dipende dal singolo movimento, dalla sua storia e soprattutto, secondo me, dalla maturazione della classe dirigente. Altro fatto è amministrare, che è una cosa diversa. Però credo che tutti i sovranismi abbiano il comune humus di voler riportare i popoli nella stanza dei bottoni, nello Stato. Il sovranismo è anche l’unica difesa da organismi transnazionali non eletti, quindi l’ultimo baluardo di una democrazia diretta.

Le prossime presidenziali francesi si annunciano come un passaggio decisivo per comprendere la direzione politica dell’Europa. In che modo la sfida all’Eliseo conferma, o smentisce, la sua tesi secondo cui il sovranismo non è “meno Europa”, ma “un’altra Europa”, fondata sulla sovranità dei popoli e sulla cooperazione tra Stati?

Personalmente credo che questa Europa non funzioni. La cosa che non condivido è gettare via il “tetto” comune. Se usciamo dallo stato naturale, dal bosco, e ci rifugiamo sotto un tetto con dei buchi, io dico ripariamoli, ricostruiamo l’impianto complessivo del tetto, ma non torniamo nei boschi. Il mio ragionamento da questo punto di vista è che comunque va fatta un’altra Europa. L’Europa delle patrie potrebbe essere la soluzione, quindi un’Europa confederale. Non credo che Marine Le Pen pensi ancora all’uscita della Francia dall’Unione europea, quindi la “Frexit” è un’utopia. In un certo senso, questo può essere più congeniale, anche per ragioni storiche, alla Gran Bretagna, che ha il grande spazio commerciale del Commonwealth, quindi non ha bisogno per forza di cose di un altro spazio commerciale o di aderirvi a condizioni vantaggiose. Quindi io credo che queste patrie possano benissimo lavorare prima a una confederazione, per creare un’Europa che funziona. Il modello migliore sarebbe la federazione, ma evidentemente non riusciamo ad andare avanti, anche perché, e mi dilungo su un aspetto, noi non possiamo facilmente ricalcare il modello degli Stati Uniti, perché noi abbiamo il problema di avere molti Stati e tra l’altro importanti Stati europei sono monarchie. La forma confederale potrebbe essere in realtà un modo di salvare le tradizioni e l’impianto istituzionale forte e ormai cristallizzato e consolidato nei millenni ed aprire, al contempo, nuove prospettive.

Nel libro lei descrive l’Unione europea come un apparato tecnocratico sempre più irrilevante sul piano politico. Da cosa nasce, secondo lei, questa irrilevanza? E quali conseguenze produce sulla capacità dell’Europa di agire su difesa, politica estera ed economia in un mondo segnato da competizione globale e instabilità?

L’Europa non serve se non ha una difesa comune, una politica estera comune e una politica economica comune. Tutto quello che dovrebbe fare una confederazione. Altrimenti l’Europa è un’assemblea di burocrati che fanno regole nell’interesse sciovinistico di singoli Stati. Gli Stati Uniti, rispetto a noi, hanno avuto il coraggio di fare scelte difficili, sono passati anche da una guerra civile, hanno scritto una costituzione che con forti compromessi. Noi questo ancora non l’abbiamo fatto. Come possiamo pensare, se non abbiamo delle linee comuni di difesa, di poter contare in un momento di crisi internazionale tra giganti come Cina, Russia e Stati Uniti? Ancora di più, se non abbiamo istituzioni democratiche forti, elette democraticamente, come possiamo pensare di consolidarle e dargli il comando delle forze armate? Questo è un problema che non ci siamo posti. La von der Leyen parla a titolo personale. Cosa rappresenta, se sono gli Stati poi a fare la differenza? Il riarmo tedesco, per fare un esempio, oggi è il riarmo tedesco, non il riarmo dell’Europa.

In Italia i sondaggi attribuiscono a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci un potenziale ruolo decisivo nelle prossime elezioni politiche. Come interpreta questo fenomeno? Esiste davvero un nuovo spazio politico per movimenti che rivendicano identità, sovranità e partecipazione popolare?

Credo che in realtà sia di un vecchio spazio politico esistente da tempo. Uno spazio soprattutto ampio in cui si trova molta gente che non crede più nei partiti tradizionali, che di volta in volta è stata disposta a dare fiducia ai pentastellati quando sono stati tenuti fuori dalla stanza dei bottoni, poi l’ha data a Salvini, che l’ha bruciata, poi a Giorgia Meloni. E quest’ultimo lo ritengo un aspetto molto interessante, perché è riuscita a mantenere un consenso forte in questi anni, mentre invece Salvini e anche Conte, in grossa parte, lo hanno dilapidato. Invece Meloni rimane stabilmente prima. C’è da dire che questi voti, che sono, tra virgolette, sempre “sul mercato” vanno a chi, diciamo, si pone fuori dagli schemi. Vannacci, se viene tenuto fuori dalla coalizione, diventa un rischio, perché gli si dà la carta di essere l’unico alternativo al sistema, quindi può raccogliere e capitalizzare i voti di fuori dal sistema. Quello della “coesistenza” complicata dei moderati è un falso problema, visto che una questione simile non si solleva con i moderati presenti nel centrosinistra accanto a Bonelli, Fratoianni e al giacobinismo dei grillini.

Noi de “L’Identità” abbiamo recentemente definito l’ascesa dei movimenti sovranisti tra le classi operaie come “la rivolta del portafoglio”. Un voto generato da salari stagnanti, agende verdi punitive, scelte industriali sbagliate e sanzioni europee che hanno colpito i settori produttivi. Quanto pesa, secondo lei, l’agenda sociale delle forze sovraniste? Può risultare decisiva persino più delle misure su immigrazione e sicurezza nel determinare il consenso delle fasce popolari?

Direi che l’agenda sociale pesa ormai più di ogni altra cosa. Se guardiamo ai flussi elettorali reali, non alle narrazioni consolatorie, scopriamo che la spinta sovranista nasce dove la globalizzazione ha presentato il conto, con salari fermi, filiere industriali smantellate, territori impoveriti e classi operaie trasformate in periferie sociali. È lì che si è prodotta quella che voi de L’Identità avete definito “la rivolta del portafoglio”. Non un moto ideologico, ma la reazione di chi vede peggiorare la propria vita materiale mentre gli viene chiesto di applaudire agende verdi punitive, transizioni industriali mal progettate e sanzioni europee che hanno colpito i settori produttivi più esposti. Massimo Cacciari lo ripete da anni, con una lucidità che la sinistra farebbe bene ad ascoltare. Abbandonare l’agenda sociale per inseguire il diario dei diritti civili ha significato regalare ai movimenti sovranisti un patrimonio politico enorme. Ha lasciato scoperti interi segmenti popolari che non si riconoscono più in un progressismo percepito come elitario, urbano, culturalmente autoreferenziale. In quello spazio, i sovranisti hanno trovato un varco e un linguaggio efficace, parlando di salari, di lavoro, di industria, di protezione sociale. E qui arriviamo ad un punto che ritengo opportuno precisare. Il sovranismo non è solo una prerogativa delle destre radicali. La storia recente lo dimostra con chiarezza. Da Chavez in poi, gran parte della sinistra latinoamericana ha costruito la propria forza politica su un sovranismo sociale, fatto di difesa delle risorse nazionali, redistribuzione, controllo democratico dei processi economici, resistenza alle pressioni dei mercati globali. Per questo dico che l’agenda sociale è la vera frontiera. Chi saprà interpretarla parlerà alle maggioranze silenziose che oggi chiedono protezione, dignità e futuro.


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