Midterm, perché perderle può salvare la Casa Bianca
Da 90 anni le elezioni di metà mandato smentiscono le illusioni dei presidenti degli Stati Uniti. Ma la storia dimostra che la sconfitta parlamentare non è una condanna: tra rovesci storici, eccezioni e voto asimmetrico, ecco come si ricalibra il potere a Washington.
Midterm, i precedenti
Nelle stanze del potere Usa esiste una regola non scritta ma inflessibile: l’illusione della luna di miele dura appena ventiquattro mesi. Poi arrivano le elezioni di metà mandato. Così, la legge di gravità della politica americana spinge il partito al governo verso la sconfitta parlamentare.
È una costante strutturale concepita dai Padri Fondatori per imbrigliare l’esecutivo e bilanciare le ambizioni del “comandante in capo”. Eppure, a consultare la memoria storica, la lettura delle Midterm non si esaurisce nella semplice lista dei seggi persi.
Perdere il Congresso?
Rivela invece una questione assai più sottile: perdere il controllo del Congresso è spesso la precondizione per salvare la Presidenza. I casi di Bill Clinton e Barack Obama costituiscono due lezioni emblematiche. Nel 1994, travolto dal fallimento della riforma sanitaria e dalla “Rivoluzione Repubblicana” di Newt Gingrich, Clinton subì un arresto epocale, perdendo 54 seggi alla Camera e 8 al Senato.
Sembrava il capolinea politico. Al contrario, quella disfatta costrinse la Casa Bianca a elaborare la celebre strategia della “triangolazione”, riposizionando il Presidente al centro dello scacchiere e consentendogli di trionfare alle presidenziali del 1996. Una dinamica identica nel 2010 con Obama: dopo aver perso 63 seggi alla Camera sotto l’ondata del Tea Party e della crisi finanziaria, la maggioranza conservatrice fu da lui usata come perfetto contrappeso ideologico per tornare a mobilitare la propria base e conquistare il secondo mandato nel 2012.
Una severità sanzionatoria confermata dai numeri. Nel corso dell’ultimo secolo, le eccezioni capaci di sovvertire il trend sono state solo tre. Nel 1934 fu la risposta al New Deal di Franklin Delano Roosevelt a premiare il governo durante la Grande Depressione.
Nel 1998 fu l’effetto boomerang dell’impeachment contro Clinton ad assegnare 4 seggi in più ai Democratici alla Camera. E infine nel 2002 fu lo shock patriottico successivo all’11 settembre a spingere George W. Bush a un raro successo bipolare (+8 alla Camera e +2 al Senato). In 18 delle 20 Midterm dal 1945 a oggi, il partito del Presidente in carica ha subito una decurtazione dei seggi alla Camera.
Quando la tradizione si spezza
Insomma, non avviene mai per ordinaria amministrazione, ma solo di fronte a “cigni neri” sistemici. Accanto alla statistica nazionale si colloca la complessità della geografia elettorale, che produce sempre più un verdetto istituzionale asimmetrico. La storia dimostra come la conquista della Camera non coincida con un’onda omogenea sull’intero Congresso.
Già nel 1858, presidente James Buchanan, una netta divergenza tra i due rami parlamentari col voto per i Repubblicani alla Camera. In tempi recenti, nel 2018, mentre i Democratici strappavano 41 seggi alla Camera a Donald Trump, il Gop guadagnava 2 seggi al Senato.
Allo stesso modo, nel 2022, Joe Biden è riuscito a limitare i danni cedendo 9 seggi alla Camera ma strappando un seggio al Senato. Infine, ad essere mutata nel tempo è la psicologia profonda dell’elettore. Se nel 2006 la punizione inflitta a George W. Bush (-30 alla Camera e -6 al Senato) fu una bocciatura diretta sulla gestione della guerra in Iraq e del disastro di Katrina, il voto contemporaneo risponde a logiche differenti.
Oggi l’elettore Usa non vota più soltanto per sanzionare l’operato economico dell’amministrazione ma per erigere un muro difensivo d’identità contro il radicalismo percepito dell’avversario. Le Midterm, da mero referendum sul Presidente, si sono trasformate in una trincea ideologica dove la paura della polarizzazione conta più del malcontento contabile.
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