L’Italia con l’elmetto secondo il modello Crosetto
Il lungo percorso verso l'esercito professionale e il blocco del turnover hanno alzato l'età media nei reparti operativi oltre i 40 anni
Il ministro della Difesa Guido Crosetto
L’Italia con l’elmetto: una vettura da corsa scintillante, pronta sulla linea di partenza ma con il serbatoio quasi a secco. È la provocazione con cui si descrive lo strumento militare italiano nel nuovo scenario globale segnato da una crisi permanente.
L’Italia con l’elmetto
Al netto delle iperboli, la realtà racconta una transizione più complessa: un modello che punta a ridefinire la sicurezza nazionale attraverso la sinergia tra pubblico e privato nell’aerospazio, il rinnovamento delle truppe e la creazione di una “riserva nazionale” di cittadini attivabili in emergenza.
Come ha sottolineato il ministro Guido Crosetto, «il mondo è cambiato improvvisamente e dobbiamo adeguare le Forze Armate: abbiamo pensato per anni che le guerre fossero scomparse. Oggi la sfida del cambiamento riguarda le istituzioni e l’industria, e dobbiamo correre».
Una corsa che si scontra con il collo di bottiglia demografico del nostro Paese che, ovviamente, vale anche in questo caso. Il lungo percorso verso l’esercito professionale e il blocco del turnover hanno alzato l’età media nei reparti operativi oltre i 40 anni.
Lo Stato Maggiore della Difesa stima un deficit strutturale tra 40.000 e 45.000 soldati operativi. Costruire una “fanteria giovane” in un Paese a crescita zero rappresenta una sfida ardua, pur fissando l’obiettivo di elevare gli organici a 160.000 unità entro il 2033. Per colmare il divario, la riforma guarda a una Riserva Operativa che mobiliti 10.000 volontari civili tra ex militari e specialisti del settore. Una cifra contenuta rispetto a Paesi europei come l’Austria o la Finlandia. Inoltre, la misura solleva un nodo aziendale per il nostro tessuto produttivo: come faranno le pmi a sostenere il distacco ‘addestramento senza penalizzare la produttività?
Il modello Crosetto
Accanto agli organici emerge un paradosso industriale e logistico. A fronte di un bilancio della Difesa salito a 33,9 miliardi di euro — con oltre 13 miliardi destinati ad armamenti ad alta tecnologia — le scorte tradizionali mostrano una netta vulnerabilità. Se l’Esercito eccelle nei reparti d’élite, nella prontezza operativa e nell’aerospazio, difetta della massa critica per sostenere a lungo un eventuale conflitto ad alta intensità.
In uno scontro moderno, le riserve strategiche di proiettili standard Nato da 155mm rischierebbero di esaurirsi in meno di una settimana. Così soffrendo una inesistente filiera industriale strutturata per ritmi di produzione di massa. «Il mondo è cambiato: l’Italia si prepari, se c’è un pericolo servono i riservisti», ha avvertito Crosetto, ricordando che «i missili non smettono di colpire in base al colore del governo e i droni non cessano di attaccare», a rimarcare l’esigenza di una visione di lungo periodo. La modernizzazione passa infine per la guerra informatica e l’integrazione internazionale.
La componente cyber unificata per tutelare le infrastrutture critiche statali si scontra con l’ostacolo economico delle tabelle retributive pubbliche, che faticano a competere con i compensi del privato per attrarre specialisti. Su tutto il quadro pesa poi la lentezza della Ue, ancora lontana da una vera difesa comune autonoma a causa della frammentazione dei sistemi d’arma e dell’assenza di un comando unico, con prospettive di convergenza proiettate al 2030. La trasformazione della Difesa continua così a muoversi in equilibrio tra ambizioni tecnologiche, riforme e vincoli reali del Sistema Paese. Dimenticando che la pace di domani si costruisce oggi.
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