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Il pieno lo paga lo Stato: trenta Fuel Card duplicate per svuotare i distributori di Torino

Clonate anche le tessere in dotazione alla Polizia di Stato: l'indagine della squadra mobile partita da una segnalazione di Bari

di Priscilla Rucco -


Una cisterna da mille litri, sistemata sul pianale di un veicolo privato, che si riempie alla pompa di un self-service come se fosse il serbatoio di un’auto qualsiasi. E a pagare, senza saperlo, lo Stato. È l’immagine che gli agenti della Squadra Mobile di Torino si sono trovati davanti riguardando i filmati delle telecamere dei distributori finiti sotto osservazione. Al termine dell’inchiesta un uomo è stato arrestato: per gli investigatori era il regista tecnico di un sistema di duplicazione delle Fuel Card, le tessere elettroniche con cui vengono pagati i rifornimenti dei mezzi di servizio, comprese quelle in dotazione alla Polizia di Stato. In tutto sono quattro le persone coinvolte nell’indagine.

Il primo campanello d’allarme

Il punto di partenza non è stato il Piemonte, ma la Puglia. Al IX Reparto Mobile di Bari, controllando i rendiconti dei rifornimenti, qualcosa non tornava: alcune carte associate ai veicoli istituzionali risultavano utilizzate in giorni, orari e impianti che con i turni e i percorsi di quei mezzi non avevano nulla a che vedere. Erogazioni registrate a centinaia di chilometri di distanza, in stazioni di servizio dove nessuna volante era mai transitata. Da quella segnalazione è nata la denuncia che ha portato la Squadra Mobile di Bari a trasmettere una comunicazione di notizia di reato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Torino, competente perché nel capoluogo piemontese si concentravano i prelievi anomali.

Il metodo: telecamere e tabulati

Gli investigatori torinesi hanno lavorato su due binari paralleli. Da un lato l’acquisizione delle immagini dei sistemi di videosorveglianza degli impianti segnalati, dall’altro l’analisi dei flussi di erogazione e del traffico telefonico registrato nelle stesse fasce orarie. Il confronto tra i due materiali ha permesso di dare un volto e un nome ai protagonisti dei rifornimenti sospetti. Nei video, secondo la ricostruzione degli inquirenti, si vedono gli autori della frode operare con calma, senza alcuna fretta, mentre riempiono un contenitore dalla capienza di circa mille litri: un quantitativo che con l’uso personale non ha evidentemente nulla a che spartire e che, sempre secondo l’accusa, era destinato a essere rivenduto.

I ruoli ricostruiti dall’accusa

La catena, come delineata dagli investigatori, prevedeva compiti distinti. Due persone si occupavano materialmente di operare ai totem automatici delle stazioni di servizio, utilizzando le tessere duplicate; altre due, secondo l’ipotesi investigativa, acquistavano il carburante così ottenuto, immettendolo in un circuito parallelo di vendita a prezzi fuori mercato. Sopra di loro, la figura ritenuta centrale: l’uomo che avrebbe avuto le competenze tecniche necessarie a riprodurre le carte.

La conferma, per chi indagava, è arrivata con le perquisizioni disposte nei confronti dei quattro indagati. In una delle abitazioni controllate sono rinvenute trenta Fuel Card clonate, pronte all’uso, insieme alla strumentazione ritenuta idonea alla duplicazione di supporti elettronici. Materiale che è stato sequestrato e che, di fatto, ha interrotto il meccanismo alla radice.

Le contestazioni

Per l’uomo considerato il responsabile del sistema è scattato l’arresto con l’ipotesi di indebito utilizzo e falsificazione di strumenti di pagamento diversi dai contanti. A suo carico è stata inoltre formalizzata una denuncia a piede libero per detenzione, diffusione e installazione di apparecchiature e di altri mezzi ritenuti idonei all’accesso abusivo a sistemi informatici e telematici.

Resta sullo sfondo una questione che va oltre il singolo episodio: la vulnerabilità di strumenti di pagamento pensati per semplificare la gestione delle flotte pubbliche e che, se duplicati, aprono una falla direttamente sui bilanci delle amministrazioni. Il carburante sottratto, del resto, non finiva in un serbatoio ma in un mercato sommerso, dove il prezzo basso è l’unico argomento di vendita e nessuno chiede la provenienza della merce.

Il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari. Per tutte le persone coinvolte vale la presunzione di innocenza fino all’eventuale sentenza definitiva.

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