L'identità: Storie, volti e voci al femminile Poltrone Rosse



Attualità

Italiani di seconda generazione: perché le parole contano

di Francesco Carraro -

MARANZA RAGAZZI RAGAZZE RAGAZZO RAGAZZA GIOVANI COMITIVA COMITIVE URBANE URBANA DEGRADO URBAN STYLE DEGRADO BULLI BULLISMO BULLO SECONDA GENERAZIONE GENERATE AI IA


Ci sono parole che ricorrono continuamente nelle cronache dei disordini di piazza degli ultimi giorni e che troviamo, quantomeno, fuorvianti: studenti, italiani di seconda generazione, ragazzi delle periferie, giovani emarginati, figli del disagio sociale. Definizioni che finiscono per “suggerire” una spiegazione degli avvenimenti prima ancora di averne compreso la natura.

Ma osservando le immagini delle violenze, forse dovremmo cominciare a chiamare le cose con il loro nome e, per farlo, dotarci di un lessico differente visto che, come ricordava Nanni Moretti in quella celebre battuta, “le parole sono importanti”. Qui stiamo parlando della frangia violenta dei manifestanti, quelli che spaccano tutto, aggrediscono agenti, devastano negozi, distruggono arredi urbani, saccheggiano esercizi commerciali e trasformano ogni manifestazione in un’opportunità per sfogare istinti belluini e frustrazioni personali.

Partiamo dal primo punto e cioè i c.d. “studenti”. Gli studenti – intesi come alunni di un sistema scolastico – hanno sempre protestato e continueranno a farlo. Anche a non voler risalire alle tempeste degli anni Settanta, valga come esempio il movimento della “Pantera”, che fra il 1989 e il 1990 scosse le scuole e le università italiane contestando la riforma Ruberti. Ne seguì un profluvio di rivendicazioni, documenti, assemblee, discussioni politiche. Naturalmente c’era anche chi partecipava per emulazione, per il piacere di appartenere a un gruppo o semplicemente perché lo facevano gli amici. Si tratta di una sorta di ritualità clanica da sempre nota e praticata nelle collettività studentesche e riemergente a tratti con l’andamento carsico e sinusoidale di un fiume in costante divenire attraverso le generazioni.

Milano, 271 accompagnati in Questura: ma studenti in che senso?

Le cronache degli scontri milanesi del 17 e 18 ottobre ci consegnano un dato particolarmente significativo: nella sola giornata di domenica 18 ottobre, secondo le informazioni diffuse dalle forze dell’ordine, sono state accompagnati in Questura 271 ragazzini, 220 dei quali minorenni. Gli arrestati sono 32, fra cui 23 minori.

Ora ponetevi questa domanda: “studenti in che senso?”. Poi guardate all’età dei soggetti coinvolti e chiedetevi se il dettaglio anagrafico non meriti una riflessione.

Parliamo in larga misura di adolescenti, ragazzi che, per banalissime ragioni d’età, hanno alle spalle un percorso scolastico come minimo incompleto da un punto di vista quantitativo e probabilmente deficitario sotto l’aspetto qualitativo (delle nozioni effettivamente apprese e della capacità maturata di interpretare e capire il mondo che li circonda). Senza contare un’esperienza della vita inevitabilmente risicata.

Che c’entra lo “studio” in tutto questo? Merita davvero di chiamarli “studenti” solo perché frequentano aule di studio? Forse potremmo accettarlo nel caso in cui i suddetti si facessero portatori di rivendicazioni connesse, in una qualche (sia pur lontana) misura e maniera, ai problemi, alle questioni, alle esigenze di chi “studia”. Ma le loro effettive “ragioni”, come a brevissimo vedremo, non hanno nulla a che vedere con lo studio vero e proprio, né tantomeno con lo sforzo e l’applicazione che esso esige. E dunque l’epiteto di “studenti” (con l’accezione generalmente positiva che si accompagna al medesimo) è assolutamente usurpato.

Ignoranza e INVALSI: i dati dalla seconda all’ultimo anno delle superiori

Semmai, per descrivere la scaturigine di almeno una parte di questa violenza, di queste pulsioni devastatrici e di tutti i conseguenti danni collaterali, dovremmo recuperare una parola oggi praticamente sparita dal dizionario dei giornalisti, degli opinionisti e soprattutto dei titolisti: “ignoranza”.

Da impiegare nel suo significato letterale, naturalmente. Ignorante è colui che ignora, che non conosce. E non dovrebbe esserci nulla di scandaloso nell’ammettere che i teenager teppisti di cui sopra possiedono conoscenze storiche e competenze di analisi politica se tutto va bene confinate al paragrafo maldigerito di un sussidiario delle elementari o di un libro di terza media, per usare eufemismi. Tanto più in un Paese come il nostro dove la preparazione scolastica presenta criticità drammatiche e documentate.

Secondo il rapporto INVALSI 2026, il 38 per cento degli studenti delle seconde superiori non raggiunge il livello base in italiano e il 45 per cento in matematica. All’ultimo anno delle superiori, le percentuali sono rispettivamente del 46 e del 48 per cento. Sono dati impressionanti, che riguardano competenze fondamentali e che dovrebbero interrogare chiunque si occupi di istruzione.

Naturalmente, le prove INVALSI non misurano direttamente la cultura politica, né ci dicono quale preparazione possiedano i singoli protagonisti delle devastazioni. Ma restituiscono l’immagine di un sistema formativo che fatica a garantire a una parte consistente degli scolari persino le competenze di fondo indispensabili per comprendere un testo, figurarsi per trarne argomentazioni sostenibili o addirittura soluzioni a problemi complessi.

Perché lo fanno? Branco, emulazione e finta coscienza politica

Ergo, attribuire automaticamente una dignità di soggetto politico o una coscienza critica della società a dei minorenni incappucciati che prendono a sassate vetrate e carabinieri è, alla luce di tutto questo, un esercizio non solo di fantasia, ma di ipocrisia bella e buona.

Quanti di questi “studenti” conoscono realmente la storia dei movimenti ai quali vengono accostati, le ragioni delle manifestazioni nelle quali si inseriscono, i problemi economici e sociali che dovrebbero costituire il presupposto della protesta? E quanti, invece, si muovono spinti dal branco, dall’emulazione, dal desiderio di appartenenza, dall’eccitazione collettiva e dalla possibilità di esibire davanti agli altri una forza che individualmente non possiedono?

L’ignoranza, in questa prospettiva, assume un significato che va oltre la semplice mancanza di nozioni. È la difficoltà di collocare la propria esperienza dentro una visione storica e culturale sufficientemente ampia da attribuirle un senso. Una difficoltà che può rendere particolarmente seducenti le spiegazioni elementari, gli slogan, i comportamenti imitativi e i modelli di successo immediato.

Ma da qui nasce un’altra interessante considerazione: se non sanno perché lo fanno o, meglio, se non possono avere alcuna seria cognizione di causa delle radici (tantomeno delle possibili soluzioni) di quello che la pubblicistica sedicente colta e progressista e certe autorevoli istituzioni chiamano “disagio sociale”, allora perché lo fanno?

Non epigoni del Sessantotto: la formula “italiani di seconda generazione”

Sono forse epigoni, a loro insaputa, dei giovani del Sessantotto o del Settantasette o della succitata Pantera? Hanno una coscienza di classe o, quantomeno, una velleità ingenua e ribalda di cambiare lo status quo? Vogliono più diritti per tutti e una civiltà più equa contro le ingiustizie del contemporaneo capitalismo? Non scherziamo, per favore. Qui abbiamo a che fare non con dei contestatori in sedicesimo sulla falsariga di quelli degli anni delle “lotte”, delle “occupazioni”, delle “rivolte studentesche” prodromiche di altrettante auspicate rivoluzioni, ma con soggetti di tutt’altra pasta e ambizione.

E per capirlo ancora meglio va esplorato un secondo punto rispetto al quale il senso delle parole è travisato e travisante. Vale a dire laddove i media generalisti parlano insistentemente di “italiani” di seconda generazione. Non perché in sé la parola sia sbagliata, sul piano legale, ma perché dice “troppo” ed è con tutta evidenza impiegata per smorzare l’incontestabile provenienza straniera degli autori delle intemperanze.

Una parte del fenomeno maranza, soprattutto nell’Italia settentrionale, è associata a giovani nati o cresciuti nel nostro Paese da famiglie immigrate, spesso nordafricane e non di rado immersi in situazioni di marginalità, precarietà e discriminazione.

Integrazione e accoglienza: la cosmesi semantica sulla seconda generazione

Questo ci porta dritti dritti alla questione dell’integrazione e dell’accoglienza. Accogliere persone provenienti da Paesi e tradizioni differenti comporta inevitabilmente una responsabilità educativa, culturale e sociale. La convivenza richiede la conoscenza della lingua, delle istituzioni, delle regole comuni, della storia del Paese nel quale si vive. Richiede anche la possibilità di costruire un’identità personale capace di conciliare le proprie origini con l’appartenenza alla società che ci ospita o nella quale siamo nati.

Un’accoglienza indiscriminata, quando non sia accompagnata da strumenti adeguati, da percorsi educativi seri e dalla concreta possibilità di partecipare alla vita sociale, rischia di produrre problemi che la semplice attribuzione della cittadinanza non è sufficiente a risolvere. Sul fatto che il pessimo risultato sotto gli occhi di tutti vada prevalentemente attribuito a una scarsa disponibilità dei giovanissimi d’altre culture (soprattutto nordafricane) oppure all’incapacità del Sistema di procedere all’inclusione o infine a un disastro generato da una filosofia miope, per non dire cieca, dell’accoglienza senza limiti, possiamo discuterne. Ma sul dato oggettivo della provenienza etnica dei facinorosi, no. E chiamarli “italiani di seconda generazione” è un’operazione di cosmesi semantica che non aiuta a decifrare e fronteggiare il fenomeno.

Mantenuti e iper-capitalisti: i vandali che adorano il Sistema

E veniamo così al terzo punto. I vandali non sono solo ignoranti, sono anche “mantenuti”. Magari non figli di papà, ma certamente gente a cui non manca il pane di bocca e che tantomeno sa come si guadagni la famosa pagnotta. Di sicuro, tornati a casa trovano la pappa pronta e non hanno la benché minima idea degli anni di sacrificio richiesti per aprire, mantenere, far prosperare una delle tante botteghe che si divertono a sfondare. Che poi sfondino pure quelle delle multinazionali non intacca affatto il senso delle presenti considerazioni. Infatti, essi non lo fanno per la maturata consapevolezza di un format di sfruttamento di cui le medesime major delle grandi firme sono sicuramente un simbolo perfetto. Lo fanno perché gli ribolle il sangue all’idea di non potersi dotare dell’ultimo modello di scarpa o di smartphone contrassegnato del marchio di fabbrica preferito.

Questi luddisti di ritorno non criticano il “Sistema”, ma semmai lo adorano. Studiatene l’abbigliamento, le pose davanti agli smartphone, i marchi esibiti, l’attenzione quasi ossessiva per l’apparenza. Felpe, scarpe, cappellini, accessori. Il logo deve essere riconoscibile, possibilmente vistoso. Il possesso, o almeno la rappresentazione del possesso, sembra quasi un elemento quintessenziale dell’identità personale.

Per decenni siamo stati abituati ad associare la protesta giovanile, soprattutto nelle sue manifestazioni più radicali, alla contestazione del capitalismo, della borghesia, dei privilegi economici. Il ricco rappresentava un’icona archetipica da combattere, l’agiatezza eccessiva ed esibita era denunciata e denigrata come il sintomo perverso dell’ingiustizia sociale. Si potevano condividere o meno quelle idee, ma esisteva un orizzonte politico nel quale collocarle.

Una generazione senza Marx: dai rapper trap ai pronipoti del denaro

Oggi, osservando alcune sottoculture giovanili, si ha l’impressione che quell’orizzonte sia stato sostituito da un universo dominato dalla pura e semplice aspirazione al successo materiale a tutti i costi dove il glifo del dollaro è venerato come l’ostia in chiesa e il lusso è l’unica unità di misura del valore personale. La propria immagine si costruisce con ciò che si possiede e si “pesa” attraverso l’impressione seducente e narcisistica prodotta sui propri “pari”.

Una volta i ribelli studiavano, e covavano le loro idee, sui testi di Marx o di Marcuse (con tutti i limiti ideologici di cui qui non trattiamo), oggi sui testi sincopati e infarciti di sesso, prepotenza, lusso e denaro dei loro rapper di riferimento.

Basta ascoltare una certa produzione trap, guardare i relativi video musicali e osservare i personaggi che raccolgono milioni di visualizzazioni: automobili costose, gioielli, abiti firmati, denaro esibito, successo sessuale, dominio sugli altri. Sono temi ricorrenti in una parte di quel genere musicale che naturalmente comprende artisti e contenuti molto diversi.

In conclusione, ci troviamo di fronte ai “pronipoti di sua maestà il denaro” come cantava Battiato: ignoranti, mantenuti e “iper-capitalisti” a loro insaputa. Cominciamo a chiamare gli antagonisti violenti con i loro giusti nomi. È un primo passo, sia pur piccolo, per iniziare ad affrontare seriamente la questione. Si dice, con una espressione proverbiale, che vale più un grammo di pratica di un chilo di grammatica. A volte, allo stesso modo, un grammo di semantica può risparmiarci un chilo di retorica.

LEGGI TUTTE LE NEWS DI ATTUALITÀ


Torna alle notizie in home