La chimera della società multiculturale
Bisogna superare il mito del multiculturalismo come panacea di tutti i mali. L’identità, lo stabilire regole condivise, la messa in atto di un processo serio di integrazione; sono queste le sfide che si trova davanti l’Europa.
Il dibattito sulla tenuta delle società aperte e sulla convivenza tra popoli attraversa una fase di profonda rimessa in discussione, rispetto al passato. A mettere in discussione i dogmi del modello multiculturale sono autorevoli voci del mondo accademico, tra cui la professoressa Ginevra Cerrina Feroni, che si interroga sui fondamenti stessi della coesione sociale e sulla tenuta delle democrazie costituzionali occidentali.
Per comprendere la portata di questa riflessione, c’è prima bisogno di sgombrare il campo da equivoci lessicali, analizzando tre concetti spesso confusi nel dibattito pubblico: inclusione, integrazione e assimilazione.
L’inclusione
L’inclusione è il processo che garantisce l’accoglienza, la partecipazione attiva e la valorizzazione di ogni persona all’interno di una comunità, senza discriminazioni basate su differenze fisiche, sociali, culturali, economiche. Questa dinamica richiede che sia il contesto a modificarsi per accogliere il soggetto. E mi sembra quello che sta avvenendo in molti stati europei.
L’integrazione, per contro, indica l’inserimento e l’adattamento di un individuo o di un gruppo, come i migranti, all’interno di una società, esigendo tuttavia che sia il soggetto ad adattarsi al contesto ospitante. Cosa che fino ai primi anni novanta del secolo scorso, tendevano a richiedere gli stati a chi arrivava.
Infine, l’assimilazione rappresenta il processo graduale tramite il quale un individuo o un gruppo di minoranza abbandona la propria cultura d’origine per assumere i modelli sociali, linguistici e comportamentali della cultura dominante. Quello che spesso è successo negli Stati Uniti con i migranti dell’Ottocento, Ma anche in America Latina.
Alla luce di queste definizioni, appare evidente come le società multiculturali, intese come la mera coesistenza di comunità separate senza un baricentro condiviso, non stiano funzionando. Una comunità politica può reggere l’urto della complessità solo se poggia su una cultura prevalente capace di esprimere valori di riferimento comuni. In mancanza di un simile raccordo, la società si frammenta in una pluralità di gruppi autoreferenziali privi di un sentire comune.
Le politiche di mera inclusione, rischiano talvolta di produrre effetti paradossali. È sotto gli occhi di tutti come i giovani di seconda e persino di terza generazione continuino in molti casi a identificarsi esclusivamente con il paese d’origine.
Si tratta di dinamiche in cui la cittadinanza formale, non coincide con una reale adesione civica ed esistenziale ai valori della nazione d’accoglienza. Il punto nodale non riguarda tratti somatici o appartenenze confessionali originarie, quanto il riferimento ad un orizzonte culturale e valoriale distante dai principi portanti del popolo ospitante.
L’integrazione
Diverso è il percorso dell’integrazione, che presuppone una volontà profonda di entrare in relazione e fare parte della comunità nazionale. L’Europa, in questa prospettiva, rappresenta lo spazio storico in cui può realizzarsi un fertile raccordo tra popoli e Stati, proprio perché sorretta da un solido patrimonio comune. La civiltà giudaico-cristiana, la lezione dell’Illuminismo, la classicità e le grandi costituzioni storiche.
Tuttavia, il modello ideale a cui gli Stati nazionali dovrebbero tendere resta l’assimilazione, intesa come piena condivisione di una lingua, di un credo e di valori di riferimento.
Non a causa di anacronistiche pretese identitarie basate sulla razza, estranee a ogni logica costituzionale, ma per una necessità di coesione logica e giuridica. Emblematico è l’esempio della Spagna, che ha prediletto flussi migratori da aree caratterizzate da affinità linguistiche e culturali non per discriminazione, ma perché la convergenza dei punti di vista facilita il livellamento delle differenze.
Oggi in Europa la società multiculturale mostra il proprio fallimento generando modelli separati e comunità chiuse. Viene evidenziato come l’espansione di visioni culturali e religiose incompatibili con i fondamenti delle costituzioni liberali rischi di metterne in crisi le basi.
In particolare, risulta intollerabile l’ipotesi di concedere forme di autonomia normativa o ordinamenti differenziati su base confessionale o comunitaria.
Non si tratta di intolleranza, ma di lungimiranza. Accettare che la legge non valga in modo eguale per tutti significherebbe arretrare verso un neomedioevo ordinamentale, in cui la frammentazione interna finisce per delegittimare lo Stato di diritto, lasciando all’arbitrio o alla forza l’unico fragile presidio dell’ordine sociale.
Era il medioevo in cui il principe o l’imperatore, con la sua spada era l’unico a poter regolare le questioni di comunità a lui assoggettate, ma praticamente autonome dal punto di vista del diritto.
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