La controstoria di Letta, tra integrità morale e professionale
Confesso che mi onora molto l’interesse dei commenti conseguiti sul “ritratto” metamorfico dedicato a Pier Ferdinando Casini, che si è dichiarato in uscita dalle nostre debilitate arene parlamentari. Tutte dal Nostro frequentate per circa mezzo secolo.
Ritratto, quindi, metamorfico e rispettoso come “deve” quello che aspiri ad essere d’autore: cioè impegnativo (se non un Matisse almeno un olio di pregio). Quindi di buona manifattura, soprattutto osservante di codici e costumi della politica praticati della mia generazione che è anche quella di Casini.
Se non che, l’affollato universo delle opinioni finora registrate e variamente distribuite nel dosaggio dei vizi e delle virtù, ha finito con ignorare il “canone inverso” della suggestione del potere che celebra sé stesso. Come religione profana talvolta come caricature. Fino a proporre il tema vero, cruciale delicato delle ambizioni che sarebbe lecito coltivare solo quando tempi e ragioni le favoriscano.
È così che è riemersa dalla fuliggine di carte dimenticate, da recenti interviste e da puntuali ricordi, la memoria di una vicenda che non riguarda una ambizione pur legittima e tuttora incombente, ma una storia vera ribadita, se non sbaglio, da Fedele Confalonieri, uno dei leoni della trincea liberale di Berlusconi.
È roba del 2006, data a cui risale quel gesto di straordinaria grandezza che vide Gianni Letta più volte declinare, la rinuncia alla candidatura (fortemente voluta da Berlusconi) alla massima carica dello Stato. In tempi peraltro politicamente propizi e in nome di quella integrità morale, intellettuale e istituzionale ch’è stata per Letta la cifra riservata e civile del suo stare al mondo.
È un ricordo che ho visto tuttora vivo istruttivo e calzante. Lo ripropongo per il suo valore di “controstoria” e di una “differenza” che vale la pena di raccontare in tempi disperati.
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