La crisi dello Stretto di Hormuz colpisce anche la filiera del farmaco
Sul mappamondo esiste un punto che nella realtà è largo appena trenta chilometri nel suo tratto più angusto – con corsie di navigazione di soli tre chilometri per ciascun senso di marcia -, attraverso cui transita una buona parte della salute – anche – degli italiani. Si chiama Stretto di Hormuz e separa l’Iran dall’Oman, e collega il Golfo Persico con il Mare Arabico. È lì che si addensano ultimamente, le preoccupazioni più acute dell’industria farmaceutica europea. Perché, quando quella rotta viene bloccata o si chiude, le conseguenze non restano confinate allo Stretto stesso, ma arrivano, con puntualità, anche nelle corsie degli ospedali e sui banconi delle nostre farmacie.
Il sistema è già sotto pressione
L’allarme lo ha proclamato Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, intervenendo a Roma all’evento dedicato all’industria farmaceutica come asset del Made in Italy. L’orizzonte temporale entro cui potrebbero materializzarsi carenze significative di medicinali è di pochissimi mesi. Quello che sta accadendo attorno allo Stretto di Hormuz, in seguito alle tensioni militari tra Stati Uniti e Iran, non è la prima “scossa” che il settore subisce in tempi recenti. È, secondo la stessa Farmindustria, il terzo grande shock in quattro anni, dopo la guerra in Ucraina e la crisi del Mar Rosso. Ogni volta la filiera ha resistito, adattandosi. Ma ogni volta i margini di manovra si sono ulteriormente assottigliati.
Materie prime care e difficili da trovare
Le ripercussioni economiche sul comparto sono già misurabili. I costi dell’alluminio – indispensabile per blister, flaconi e imballaggi primari – sono aumentati del 25%. Gli ingredienti farmaceutici attivi (principi su cui si costruisce ogni terapia) registrano aumenti attorno al 15%. Il vetro, altro materiale fondamentale per contenitori e fiale, ha visto anch’esso rincari nell’ordine del 25%. Si tratta di incrementi che si sommano a quelli già accumulati dal 2021 ad oggi, quantificabili complessivamente in oltre il 30%, con proiezioni che portano il totale a superare di molto il 20% in più solo nell’anno in corso. In un settore dove i prezzi sono in larga misura amministrati dallo Stato e non liberamente negoziabili, questi aumenti ricadono in primis sulle imprese produttrici, erodendo margini e mettendo sotto pressione la sostenibilità degli investimenti.
La dipendenza
L’Europa -e l’Italia di conseguenza – dipende dall’Asia per circa il 74% dei principi attivi farmaceutici. Cina e India sono i principali fornitori di quelle molecole di base senza le quali non si producono antibiotici, antidiabetici, antidolorifici e farmaci per la terapia oncologica. Le rotte attraverso cui queste sostanze raggiungono i laboratori europei passano, in buona parte, proprio per lo Stretto di Hormuz. Quando quella via non è più accessibile, si innesca un meccanismo di accaparramento che riduce ulteriormente le disponibilità e accelera in maniera inevitabile i rincari. Questa dinamica è già accaduta, in forme diverse, durante la pandemia da Covid-19.
Stretto di Hormuz: Cosa rischiano i malati?
Il rischio più immediato per i cittadini riguarda la disponibilità di farmaci di uso quotidiano: si parla di paracetamolo, antibiotici comuni, medicinali per il controllo del diabete e, in scenari più prolungati, anche di terapie oncologiche. Non si tratta di specialità rare o costose: sono i medicinali che le famiglie italiane trovano – o meno – sugli scaffali delle farmacie quotidianamente. Lucia Aleotti, vicepresidente di Confindustria con delega al Centro studi, ha indicato nella finestra temporale estate-autunno 2026 il momento in cui, senza un allentamento della crisi, le carenze potrebbero farsi concretamente avvertibili. La variabile cruciale rimane la durata del conflitto e la celerità con cui la comunità internazionale riuscirà a garantire la riapertura dei corridoi commerciali nel Golfo.
Cosa si può fare?
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso ha indicato la riduzione della dipendenza dagli approvvigionamenti asiatici come obiettivo strategico di lungo periodo, chiedendo all’Unione Europea di sviluppare una politica industriale capace di garantire l’autonomia produttiva del continente in ambito farmaceutico. Sul tavolo c’è anche la questione della competitività globale: la misura americana nota come Most Favored Nation, che lega i prezzi dei farmaci negli Stati Uniti ai livelli più bassi praticati negli altri Paesi avanzati, rischia di attrarre investimenti e capacità produttiva fuori dall’Europa, con una stima di circa cento miliardi di euro sottratti al vecchio continente nei prossimi cinque anni. L’Italia si trova, come ha sintetizzato Cattani, in una posizione di pressione simultanea su più fronti: la crisi mediorientale, la concorrenza americana e quella cinese.
Gestire questa situazione con la sola diversificazione degli approvvigionamenti – la risposta immediata e doverosa – non basta più. Cosa si può fare? Per prima cosa servirebbe una politica industriale europea sul farmaco che tratti la produzione di medicinali come una sorta di infrastruttura critica per la sicurezza pubblica e non un settore qualsiasi soggetto alle sole – ed in questi casi inutili – leggi spietate del mercato.
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