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Politica

La Lega si slega e defenestra il Capitano

Dal ragazzo della Ruota della Fortuna al Capitano delle felpe. Oggi il partito che ha contribuito a rifondare si chiede se sia arrivato il momento di superarlo. Ma il rischio di un flop è dietro l’angolo

di Andrea Fiore -


Matteo Salvini rappresenta forse meglio di chiunque altro il modo di fare politica dell’inizio del Terzo Millennio.

La politica della presenza costante, della propaganda quotidiana, delle felpe, dei selfie, dei citofoni e delle dirette social. Dei cambi di rotta rapidi quanto rapidi sono gli umori dell’opinione pubblica. Il Ponte sullo Stretto ne è un esempio perfetto: da tema marginale a bandiera identitaria, a seconda della stagione politica.

Salvini è stato, prima ancora che un leader, un interprete del suo tempo. Principe della retorica e maestro nel trasformare qualsiasi argomento del momento in uno slogan immediatamente riconoscibile. Immigrazione, sicurezza, Europa, pandemia, autonomia: tutto poteva diventare materia per una campagna politica permanente.

Mentre occupava il centro della scena, però, dentro la Lega accadeva qualcosa di meno visibile ma forse più importante. Cresceva una classe dirigente. Governatori, amministratori locali, parlamentari, sindaci. Figure che oggi possiedono un’autorevolezza politica autonoma e rappresentano probabilmente il vero patrimonio costruito dal partito negli ultimi anni.

Da questo punto di vista, il Carroccio costituisce quasi un’anomalia nel panorama italiano. Molte forze politiche possono vantare leader carismatici. Poche possono esibire una filiera di amministratori e dirigenti territoriali altrettanto radicata. È un merito di Salvini? Forse. Ma resta un fatto: è proprio questa classe dirigente che oggi sembra chiedere un cambio di fase, defenestrando il buon Matteo.

Ma i nuovi elettori della Lega sono cresciuti dentro il salvinismo. Hanno conosciuto il partito attraverso il suo linguaggio e la sua capacità di stare sempre sul pezzo. Non è detto che ingoino la pillola così facilmente.

Perché, in fondo, “il Capitano” non rappresenta soltanto sé stesso, ma incarna un modello politico fondato sulla velocità, sulla comunicazione permanente e sulla capacità di occupare il dibattito pubblico prima ancora che gli avversari abbiano deciso quale posizione assumere.

Guardando oltre l’Atlantico, la tendenza sembra essere la stessa. Con tutte le differenze del caso, si potrebbe dire che Donald Trump è un Salvini che ce l’ha fatta. O che Salvini è un Trump che si è fermato a metà strada. Entrambi hanno capito prima di molti altri che la politica contemporanea non si gioca soltanto nelle istituzioni ma nel flusso continuo dell’attenzione.

Ora, però, la Lega sembra pronta a voltare pagina. O almeno a provarci. La candidatura di Massimo Garavaglia, il ritorno della sensibilità nordista e la richiesta di maggiore collegialità raccontano la volontà di riportare il partito verso una dimensione più territoriale e meno personalistica.

Ma ogni cambio di rotta comporta un rischio. Soprattutto quando si mette in discussione l’uomo che quella rotta l’ha tracciata per oltre un decennio.

La Lega si slega e compie un salto nel buio. Perché è possibile sostituire un leader. Molto più difficile è sostituire il linguaggio, il metodo e l’immaginario che quel leader ha incarnato.

Le prossime elezioni diranno se il partito avrà trovato una nuova identità o se scoprirà, troppo tardi, che il salvinismo era diventato il suo vero collante.

Per anni dentro la Lega si è pensato che il problema fosse la sua presenza. Adesso arriva il momento della prova più difficile: dimostrare che esiste una Lega capace di vincere senza di lui.

Perché se il Capitano era soltanto il problema, il partito si rilancerà. Ma se era anche parte della soluzione, allora il congresso che dovrebbe aprire una nuova fase rischia di trasformarsi nell’inizio di un lungo ridimensionamento.

La Lega sta costruendo il dopo Salvini. Chissà se sta costruendo anche il proprio futuro.

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