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L’autobus c’è. Manca chi lo guida

Le imprese segnalano trentamila conducenti mancanti tra passeggeri e merci. Cercarli all’estero può aiutare, ma il futuro dei trasporti passa da salari, sicurezza e condizioni di vita capaci di attrarre e trattenere chi lavora.

di Pietro Serbassi -


Alla fermata si guarda l’orologio. Poi il telefono. Poi di nuovo la strada. Chi aspetta un autobus vuole arrivare al lavoro, accompagnare un figlio a scuola, raggiungere un ospedale. Difficilmente immagina che tra le ragioni di un servizio insufficiente possa esserci qualcosa di elementare: manca chi lo guida.

A maggio ANITA, ANAV, UNASCA e CONFARCA hanno presentato una piattaforma comune per affrontare la carenza di conducenti professionali. Le loro stime indicano diecimila posti scoperti nel trasporto passeggeri e ventimila nel trasporto merci. Sono valutazioni delle associazioni di categoria, da leggere come tali. Ma il fatto che l’allarme arrivi dalle imprese dice che siamo davanti a un problema industriale, oltre che sociale.

Trentamila persone non si trovano con un annuncio. E non si formano in una settimana. Nel frattempo, bisogna garantire le corse, consegnare le merci, coprire i pensionamenti. Si parla molto di motori, batterie, transizione digitale. Tutto necessario. Ma nessuna tecnologia cancella il bisogno di qualcuno che salga a bordo, conosca il mestiere e si assuma la responsabilità di portare a destinazione persone e cose.

La domanda è perché quel mestiere fatichi ad attrarre lavoratori. Sarebbe comodo cavarsela dicendo che i giovani non hanno voglia di sacrificarsi. Bisognerebbe invece mettere sul tavolo l’offerta completa: stipendio, orari, responsabilità, prospettive. Poi chiedersi se consenta di costruire una vita.

Un turno spezzato può occupare una giornata ben oltre le ore effettivamente retribuite. Lavorare all’alba, di notte e nei festivi ha un peso sulla famiglia. Guidare nel traffico richiede attenzione continua. Il rischio di aggressioni aggiunge una preoccupazione che nessuna campagna di reclutamento può liquidare. Se per raggiungere uno stipendio sufficiente bisogna accumulare straordinari, il problema resta: si copre il bisogno di oggi consumando la disponibilità di domani.

Anche entrare nella professione richiede un investimento. Patenti e qualificazioni hanno un costo, in denaro e in tempo. Le imprese che finanziano la formazione fanno una scelta utile. Ma accompagnare una persona fino al posto di guida è soltanto il primo tratto. Poi bisogna darle ragioni per rimanere. Servono retribuzioni adeguate, turni sostenibili, riposi effettivi, protezione e riconoscimento della professionalità.

In questo quadro si colloca la ricerca di lavoratori all’estero. A Brescia il reclutamento in Tunisia ha aperto un confronto su formazione, assunzioni e alloggi. È una risposta possibile alla scarsità di candidati. Va costruita con percorsi regolari, conoscenza della lingua, preparazione verificata e identiche tutele. Il passeggero ha bisogno di un conducente competente. Il conducente ha diritto a condizioni dignitose, qualunque sia il suo passaporto.

Non c’è motivo di presumere che assumere stranieri significhi pagarli meno. C’è invece ogni motivo per chiedere trasparenza sui contratti, sul trattamento durante la formazione e sugli eventuali vincoli imposti ai neoassunti. E per domandare se il reclutamento risolva le cause della carenza o si limiti a inseguirne gli effetti.

Tra quelle cause va considerata anche la casa. Un italiano disposto a trasferirsi dalla Calabria alla Lombardia deve affrontare un affitto come chi arriva dalla Tunisia. Secondo la ricostruzione del Giorno, gli alloggi recuperati a Brescia sarebbero disponibili temporaneamente anche per altri aspiranti autisti. È uno spunto da sviluppare: affitti convenzionati e sostegno alla mobilità interna, con criteri trasparenti, possono aiutare. La casa accompagna il salario, non lo sostituisce.

Il punto riguarda anche chi aspetta alla fermata. Quando un’impresa non riesce a coprire i turni, la difficoltà del lavoro può diventare una corsa cancellata, un’attesa più lunga, un’automobile in più sulla strada. Le condizioni dell’autista entrano così nella giornata del passeggero.

Comprare autobus nuovi è necessario. Investire sulle persone che devono guidarli lo è altrettanto. Il successo di una politica dei trasporti si misura quando le porte si aprono alla fermata, all’ora prevista. Fino a quel momento abbiamo comprato un mezzo. Il servizio dobbiamo ancora costruirlo.

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