L’ultima spiaggia di Lavitola si chiama Napoli
Ranucci, non dimentichiamolo, deve spiegare ai magistrati romani tutti i misteri dei suoi rapporti con “un amico sincero" non ancora esplicitamente denunciato
Valter Lavitola arriva in Procura a Roma due mesi fa
La partita a scacchi di Valter Lavitola con la giustizia continua, tra ammissioni, conferme del rapporto con Sigfrido Ranucci, un amico che continua a “blindare”.
L’udienza del Riesame
L’udienza del Riesame, andata in scena ieri in un clima surreale di videocollegamenti e memorie fiume, l’ultimo capitolo di una strategia precisa. La richiesta di domiciliari in Basilicata, il silenzio pesante di Rebibbia.
Ma dietro le 72 pagine firmate dai legali Sergio e Arturo Cola si nasconde un disegno più sottile, una vera e propria scommessa giudiziaria. Il fulcro non è più solo l’ammissione parziale del delitto, quel “mandato in bianco” che Lavitola sostiene di aver consegnato a Gomez, scaricando l’idea dell’ordigno sulla sua autonoma e militare iniziativa.
Il vero scontro
Il vero scontro, quello destinato a ridefinire i confini del processo, si gioca su una questione apparentemente tecnica: la competenza territoriale. La difesa punta a scardinare il radicamento romano del procedimento, chiedendo di spostare il fascicolo lontano dalla Capitale.
Una mossa strategica che, citando esplicitamente le realtà giudiziarie di Avellino e Napoli ove l’attentato si avviò fisicamente nella sua preparazione ad opera dei presunti suoi autori, punta a sottrarre l’inchiesta alla pressione soffocante del palcoscenico romano.
E, soprattutto, a far decadere la pesantissima aggravante del metodo mafioso che pende come una mannaia. Spostare la geografia del processo significa, per la difesa, spegnere i riflettori di una character assassination incrociata pubblica e a ricondurre la bomba di Pomezia a un più mite e locale gesto dimostrativo.
Il legame speciale con Ranucci
Nel frattempo, resta sullo sfondo l’amara confessione spontanea di Lavitola: quel legame speciale con Ranucci che doveva fungere da “riscatto sociale” e che oggi punta ad essere trasformato in un esilio lucano da concordare con i magistrati. La vera partita si gioca sui dettagli formali di diritto. Se Roma cederà il passo, l’intera architettura dell’accusa rischia di sgretolarsi.
È qui, tra commi, competenze e confini di distretto, che Lavitola tenta il suo ultimo, intrigante contropiede, lasciando che il tempo consumi l’indignazione della vigilia e restituisca la parola ai soli codici penali. Una mossa che sa di ritirata tattica, ma che continua ad assomigliare terribilmente a una spallata. Ranucci, non dimentichiamolo, deve spiegare ai magistrati romani tutti i misteri dei suoi rapporti con “un amico sincero” non ancora esplicitamente denunciato.
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