Le incognite del summit Nato in Turchia
Il summit turco misurerà la profondità della frattura transatlantica
Il vertice Nato di Ankara del 7 e 8 luglio si profila come uno dei passaggi più delicati nella storia recente dell’Alleanza. Il contesto rende il summit un banco di prova cruciale. L’Europa e gli Stati Uniti arrivano all’appuntamento più distanti di quanto non sia mai accaduto dalla fine della Guerra fredda, mentre la Turchia di Recep Tayyip Erdogan si ritrova, ancora una volta, al centro della scena, capace di trasformare la propria posizione geografica e politica in leva negoziale.
Tante le questioni sul tavolo
La crisi di fiducia transatlantica è alimentata da un secondo mandato del presidente degli Stati Uniti Donald Trump caratterizzato da scelte unilaterali e da un crescente disimpegno dal teatro europeo. Le minacce sull’annessione della Groenlandia, l’aggressione con Israele all’Iran senza consultare gli alleati, la riduzione delle brigate a stelle e strisce in Europa e il taglio delle capacità militari destinate alla Nato hanno incrinato la percezione di affidabilità del suo Paese. Stando al quotidiano tedesco Der Spiegel, gli americani diminuiranno “considerevolmente” il numero di bombardieri strategici, aerei da combattimento, droni, sottomarini e navi da guerra. Gli europei, pur aumentando la spesa militare, non sono ancora in grado di colmare il vuoto che un ridimensionamento statunitense lascerebbe. La discussione su un “piano B” europeo è politicamente esplosiva.
Il ruolo di Rutte
Il segretario generale Mark Rutte userà tutte le “armi” a sua disposizione per evitare che le cose precipitino, come ha già fatto l’anno scorso all’Aja chiamando Trump “daddy”. Perché, come ha spiegato al Parlamento Europeo qualche mese fa, immaginare una deterrenza nucleare europea è un grande azzardo, dato che avrebbe costi enormi, secondo lui insostenibili per i bilanci degli Stati europei.
La Turchia e la Nato
La capitale turca diventa un crocevia strategico. La Turchia è indispensabile per le operazioni in Medio Oriente e rimane un pilastro della postura del blocco atlantico verso est. Erdogan, che da anni gioca con abilità su più tavoli, dialogando con Mosca, trattando con Washington, condizionando l’Europa, si trova ora nella posizione di ospitare un vertice che potrebbe ridefinire gli equilibri interni dell’Alleanza. La sua capacità di muoversi tra rivalità e convergenze, sfruttando ogni margine di ambiguità, gli consente di presentarsi come interlocutore necessario per tutti. La complessità del momento è accentuata dalle divisioni interne al Vecchio Continente. Sullo sfondo, la questione della leadership. Chi deciderà escalation e priorità operative se gli Stati Uniti arretreranno?
Un’opportunità per Erdogan
Il summit turco misurerà la profondità della frattura transatlantica, la capacità europea di assumersi delle maggiori responsabilità e, soprattutto, la forza negoziale del leader turco, che punta a presentarsi come garante di un equilibrio fragile. Anche la presenza o l’assenza di Trump avrà un valore simbolico enorme. In ogni caso, la Turchia si conferma il perno di una Nato che sta cambiando e che oggi più che mai ha bisogno di stabilità.
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