Le mafie invisibili del Veneto: non più uomini e territori, ma affari e relazioni
Le motivazioni depositate dalla Corte di cassazione sul processo nato dall’inchiesta “Taurus” chiudono definitivamente uno dei capitoli giudiziari più importanti e significativi degli ultimi anni nel Nord Est. La Suprema Corte ha confermato l’impianto dell’accusa costruito dalla Direzione distrettuale antimafia di Venezia: nel Veronese ha operato per decenni una struttura riconducibile alla ’ndrangheta, capace di gestire in autonomia i propri affari sul territorio ma mai davvero separata dalla casa madre calabrese.
Operazione Taurus: Sei anni dopo gli arresti
L’operazione risale al luglio 2020, quando i carabinieri del Ros di Padova eseguirono 33 ordinanze di custodia cautelare nell’ambito di un’indagine che coinvolse complessivamente oltre settanta persone. L’accusa principale era quella di associazione di tipo mafioso: una “locale” radicata soprattutto nella fascia tra Sommacampagna, Villafranca, Valeggio, Lazise e Isola della Scala, organizzata secondo le regole, le doti e le gerarchie tipiche della criminalità calabrese. Accanto al 416-bis vennero contestate decine di estorsioni, episodi di riciclaggio, condotte di usura e furti.
Il percorso processuale si è articolato su più fronti, tra rito abbreviato e rito ordinario. In appello – novembre 2024 – i giudici veneziani avevano inflitto complessivamente oltre 228 anni di reclusione. La pronuncia della Cassazione, arrivata nella primavera scorsa è ora corredata dalle motivazioni. Ha accolto alcuni ricorsi su singoli capi e sul trattamento sanzionatorio, ma ha lasciato in piedi il cuore pulsante dell’accusa. Un dettaglio non secondario, perché Taurus seguiva di poche settimane un’altra maxi inchiesta veronese, “Isola Scaligera”, e insieme le due operazioni hanno riportato il reato di stampo mafioso al centro delle aule di giustizia venete a venticinque anni di distanza dalla stagione della Mala del Brenta.
Una geografia che si modifica
Gli osservatori che seguono il fenomeno nel Nord Est descrivono un quadro in cui i protagonisti più esposti si sono ritirati dalla scena, mentre restano in piedi le relazioni economiche costruite negli anni. L’attenzione degli inquirenti si concentra oggi sull’edilizia, sugli investimenti nelle infrastrutture turistiche del lago di Garda, su alcune aperture di esercizi commerciali tra Mestre, il Trevigiano e l’alto Vicentino, spesso rese possibili da rapporti stabili con professionisti del posto. In parallelo, inchieste per false fatturazioni hanno riguardato imprenditori della Bassa padovana attivi anche in rapporto con imprese locali di primo piano: procedimenti che si fermano al singolo reato fiscale, senza che emerga una contestazione associativa.
La lezione lombarda della nuova procuratrice
In questo scenario si inserisce il cambio al vertice della Procura lagunare. Il 18 febbraio scorso il plenum del Consiglio superiore della magistratura ha nominato Alessandra Dolci alla guida dell’ufficio veneziano e della Distrettuale antimafia regionale; l’insediamento è avvenuto il 31 marzo. Magistrata dal 1986, per anni alla guida del coordinamento della Dda di Milano, è la prima donna a dirigere la Procura di Venezia. Porta con sé un’esperienza costruita in una regione, la Lombardia, dove il modello di infiltrazione è ormai noto: poca violenza, molta economia, ed una capacità di entrare nei circuiti “ordinari” del credito, degli appalti e soprattutto dei servizi.
Che cosa resta quando l’inchiesta finisce?
È il quesito che gli studi di Rocco Sciarrone sul radicamento mafioso al Nord indicano da tempo: l’organizzazione criminale individuata dalla magistratura non esaurisce il fenomeno. Una parte consistente della presenza mafiosa vive nelle relazioni con imprenditori, professionisti e amministratori, un tessuto che può sopravvivere agli arresti ed essere riutilizzato da altri. Ricostruire una mappa aggiornata delle mafie in Veneto è quindi possibile, ma sarà ben diversa da quella disegnata quindici anni fa: meno cognomi e territori, più affari, consulenze e società. Per capire dove sia oggi la criminalità organizzata, insomma, non basta più sapere chi siano i mafiosi; occorre osservare con chi lavorano, chi li accompagna e quali porte trovano aperte.
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