I vizi di origine e la bazzecola snob del signor Bonaccini
L'attacco di Bonaccini, PD, agli elettori di centrodestra tradisce la storia, dimentica il Sessantotto del «6 politico» e svela l'arroganza di una sinistra senza più maestri
«L’uscita di Stefano Bonaccini è stata davvero sgradevole. Mi dispiace vedere come, a sinistra, ciclicamente si trovi il modo di screditare il consenso ottenuto dai partiti avversari, finendo così per mancare di rispetto alla volontà di milioni di italiani. Il voto è uguale per tutti: non lo dico io, lo dice la Costituzione. Forse in casa PD farebbero bene a ripassarla: la chiamano in causa per ogni battaglia, salvo poi dimenticarne principi e valori quando il risultato delle urne non è quello che vorrebbero». Le parole di Gian Marco Centinaio centrano il punto senza mezzi termini.
Non c’è nulla di nuovo sotto il sole, ma la pervicacia con cui la Sinistra insiste nel rimestare nel torbido della propria supposta superiorità morale fa ogni volta uno strano effetto. L’ultima perla porta la firma di Stefano Bonaccini, il quale, dall’alto di una cattedra invisibile, ha elargito al Paese l’ennesima sentenza: «Votare a destra? È il voto di chi ha studiato poco». Una frase indecorosa che svela una profonda amnesia storica.
C’è da chiedersi con quale coraggio un’area politica come la sua pretenda di distribuire pagelle sulla cultura. Proprio quella Sinistra che sulle macerie del Sessantotto ha edificato il proprio modello educativo, promuovendo il “6 politico”, l’appiattimento verso il basso e la delegittimazione del merito scolastico. Per decenni hanno spiegato agli italiani che valutare o selezionare gli studenti fosse un atto “reazionario” e discriminatorio; oggi, improvvisamente, si riscoprono rigorosi esaminatori, pronti a pesare i cittadini nell’urna in base al titolo di studio ostentato.
Una contraddizione logica prima ancora che politica. La storia dell’Italia non è mai stata un monopolio della Sinistra. Le radici del nostro Stato affondano proprio nella Destra Storica: uomini della statura di Cavour, Massimo d’Azeglio, Ricasoli, Sella e Minghetti. Intellettuali e statisti di caratura immensa, capaci di unificare una nazione e di gestirne il rigore. Senza contare i grandi pensatori, giornalisti e filosofi conservatori che hanno costellato il Novecento e la storia recente — da Indro Montanelli a Marcello Pera, passando per Prezzolini e Del Noce — spesso ostracizzati proprio da quel conformismo culturale che la sinistra ha scambiato per egemonia.
Oggi, peraltro, questa narrazione della Sinistra padrona della cultura scricchiola vistosamente. Guardando il panorama attuale, infatti, non si vedono affatto quelle menti straordinarie o quei grandi maestri che vorrebbero far credere di avere in casa. Più che altezze d’ingegno, ci si ritrova di fronte alla replica stanca di un conformismo da salotto.
Ma la cosa più paradossale resta il corto circuito democratico. La Costituzione parla chiaro: il voto è personale, eguale, libero e segreto. Non vale di più se hai una laurea, non vale di meno se fai l’operaio, l’artigiano o l’agricoltore. Se il centrodestra vince, per Bonaccini la colpa è dell’ignoranza degli elettori. Viene da chiedergli: quando vince la sinistra, cosa sono gli elettori? Tutti geni della lampada?
La verità è molto più banale: a forza di guardare il Paese reale dalle finestre dei salotti eleganti, la sinistra ha perso il contatto con le periferie e con chi lavora. E quando la gente sceglie di non votarla più, la risposta non è l’autocritica, ma il classico e stanco disprezzo snob. Una scorciatoia arrogante che non fa altro che confermare perché gli italiani continuino a voltare loro le spalle.
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