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Esteri

L’Europa punta su Mario Draghi per negoziare con Putin

Ue alla ricerca di mediatori di pace: in lizza anche Merkel

di Ernesto Ferrante -


La discussione interna all’Unione Europea sull’eventualità di affidare a Mario Draghi o, in alternativa, ad Angela Merkel il ruolo di mediatore nei futuri negoziati con il presidente russo Vladimir Putin mette a nudo la fragilità strutturale della diplomazia europea. Non si tratta soltanto della ricerca di una figura autorevole, ma della constatazione che l’Ue, pur disponendo formalmente di un Alto rappresentante per la politica estera, non ritiene di poter utilizzare la propria massima carica diplomatica come interlocutrice credibile.

Kallas non è credibile

La scelta di guardare all’ex presidente della Bce nasce infatti da un vuoto. Kaja Kallas non è percepita come una mediatrice affidabile, né da Mosca né da diversi governi europei. La sua linea, ripetutamente bellicista, intransigente e spesso ostile ha finito per comprometterne l’immagine di rappresentante dell’intero blocco. Le critiche della portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, che ha definito Kallas una sorta di “Greta Thunberg della politica europea” priva di un reale mandato, non sono solo propaganda. Riflettono una percezione diffusa, secondo cui l’Alto rappresentante estone non possiede né la neutralità né l’autorevolezza necessarie per guidare un processo negoziale.

Perché nell’Ue si vuole puntare su Draghi

È in questo contesto che Draghi, una sorta di “usato garantito”, emerge come figura più funzionale: rispettato, tecnocratico, non identificato con le “fratture” interne dell’Ue. Lo stesso presidente ucraino Volodymyr Zelensky, avrebbe espresso la sua preferenza per “qualcuno come Draghi”, segno che la credibilità europea oggi passa più per personalità esterne che per le sue istituzioni. Una situazione paradossale per una Unione che ambisce a essere attore geopolitico autonomo. Le ripetute strigliate del Vaticano non sono un mero esercizio retorico.

La tattica vincente della Cina

Il contrasto con la postura cinese è netto. Mentre Bruxelles fatica a trovare una voce unitaria, Pechino consolida la propria posizione sullo scacchiere internazionale. Nell’incontro con Putin, Xi Jinping ha ribadito la necessità di un sistema di governance globale “più giusto e ragionevole”, denunciando il riemergere dell’unilateralismo e dell’egemonismo. Un chiaro riferimento agli Stati Uniti e, indirettamente, a Israele. La Cina si presenta come potenza responsabile, promotrice di stabilità e difensore delle regole internazionali, pur interpretandole secondo la propria visione.

L’asse Putin-Xi

La dichiarazione congiunta sino-russa insiste sul rispetto della Carta delle Nazioni Unite, sulla condanna degli interventi militari unilaterali e sulla necessità di affrontare le “cause profonde” del conflitto ucraino. Un messaggio “calibrato”, che permette al gigante asiatico di proporsi come attore multilaterale e garante di un ordine alternativo a quello occidentale. Non è un caso che Xi abbia chiesto a Putin un coordinamento strategico “di qualità ancora più elevata”, presentando la cooperazione con lo storico alleato come pilastro di un mondo multipolare.

Le differenze profonde tra Bruxelles e Pechino

Nel passaggio politicamente più forte del documento congiunto diffuso dal Cremlino, Russia e Cina rimarcano come le norme fondamentali del diritto internazionale vengano ormai violate con regolarità in molte aree del mondo, rendendo sempre più ardua la risoluzione dei conflitti. La via d’uscita individuata per mettere fine alle tensioni è un ordine internazionale fondato su regole condivise e non sulla forza.

L’Europa, al contrario, appare priva di una strategia coerente. Ha interrotto i canali con Mosca nel 2022, ma ora teme di essere tagliata fuori dai negoziati guidati dagli Stati Uniti. La necessità di ricorrere a figure come Draghi o Merkel è il sintomo di un blocco che non riesce a utilizzare le proprie istituzioni e che, di fronte alla complessità del quadro internazionale, si scopre marginale. L’Europa non parla con una sola voce perché non sa più chi debba parlare per lei.

La Commissione Europea non si avventura a fare “nomi” o “speculazioni” su un eventuale inviato Ue per la guerra in Ucraina, ha fatto sapere la portavoce per gli Affari Esteri, Anitta Hipper. “Serve unità”, ha sottolineato Hipper. Per la portavoce capo Paula Pinho, “più importante del chi” è “cosa”. La solita aria fritta. Nulla di nuovo sotto il sole.


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