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Lo Stato incassa, lo stipendio dimagrisce

di Giuseppe Tiani -


Un aumento in busta paga dovrebbe consentire di vivere meglio. Sempre più spesso serve a comprare quello che ci si poteva permettere prima. I prezzi salgono, le retribuzioni li inseguono e il fisco può prelevare una quota maggiore del reddito anche quando il lavoratore non è diventato più ricco.

Si chiama drenaggio fiscale. Lo stipendio cresce sulla carta, il benessere non lo segue. Secondo le stime riportate dalla stampa economica sulla base dei dati del ministero dell’Economia, il maggiore gettito Irpef cumulato atteso nel 2026-2029 per effetto del drenaggio fiscale ammonta a 35,4 miliardi. Non sono incassi di un solo anno né un tesoretto disponibile, sono entrate già incorporate nei conti pubblici. Ma la spiegazione contabile apre la questione politica. Una parte dell’equilibrio dei bilanci dipende da un prelievo che cresce mentre gli stipendi rincorrono i prezzi.

Se il reddito nominale sale mentre soglie e detrazioni non si adeguano all’inflazione, può aumentare l’incidenza effettiva dell’imposta. Il contribuente appare più benestante al fisco senza poter acquistare di più. I rinnovi contrattuali restano indispensabili, ma una parte del recupero può essere assorbita dal prelievo. Il sindacato conquista risorse per i contratti, il lavoratore ne misura il valore al supermercato, dal benzinaio e quando paga l’affitto. Ma il dibattito politico si concentra su chi guiderà le coalizioni, chi entrerà nelle alleanze e chi resterà fuori.

Nel campo largo si misurano leadership e compatibilità, nel centrodestra equilibri, congressi per le successioni e spazi elettorali. Questioni legittime, estranee alla realtà quotidiana quando prevalgono sulle risposte. Chi deve pagare una casa non vive meglio perché il campo si allarga. Chi esaurisce lo stipendio prima della fine del mese non trae conforto dalla compattezza proclamata dalla maggioranza.

Le coalizioni discutono come comporsi, le famiglie come far quadrare i conti. Sarebbe falso attribuire tutto a chi governa oggi. L’indebolimento del lavoro dipendente arriva da lontano. Governi di diverso orientamento hanno affrontato i vincoli di bilancio anche comprimendo le prospettive di chi vive di stipendio o di pensione. Nel pubblico impiego pesano stagioni di blocchi contrattuali e sacrifici. Chi governa deve correggere, chi si oppone non può cancellare le proprie responsabilità, cambiano i segretari, ma gli attori restano gli stessi, anche quando cambiano partito. Chi da oltre trent’anni occupa il Parlamento e i vertici dei partiti dovrebbe riconoscere le proprie responsabilità prima di salire in cattedra. Non si possono impartire lezioni sul declino del Paese senza rispondere delle decisioni sostenute e delle correzioni mancate in tema previdenziale.

Forse sta maturando la necessità di nuove leadership, capaci di ravvivare il sistema politico e renderlo più dinamico ed efficace. Un ricambio da misurare nelle idee e nei risultati, l’alternanza non è un’amnistia della memoria. Il costo della casa rende tutto più evidente. Una donna o un uomo della polizia assegnati lontano dalla famiglia, un insegnante che accetta una cattedra in un’altra provincia devono trovare un alloggio dove serve il loro lavoro. Possono dover sostenere un secondo affitto, viaggi e spese della casa in cui restano i familiari.

La mobilità necessaria a garantire un servizio pubblico diventa un costo privato. Lo Stato assegna la sede, il dipendente deve potersela permettere. Nelle grandi città il canone rende fragile anche un’occupazione stabile come quella nelle forze di polizia. Nelle località turistiche si aggiunge la precarietà dell’alloggio. Ci sono offerte di alloggi rivolte a docenti e lavoratori pubblici, ma disponibili soltanto dall’autunno a maggio. Poi la casa torna agli affitti giornalieri o settimanali della stagione estiva. Il lavoro continua, la disponibilità dell’abitazione finisce. Chi garantisce servizi deve cercare un’altra sistemazione quando i prezzi diventano meno accessibili.

Il turismo produce reddito e occupazione. Ma un territorio deve restare abitabile per chi vi lavora tutto l’anno. Servono insegnanti, poliziotti, infermieri, impiegati. Non si può invocarne la presenza e ignorare dove possano vivere. La questione abitativa riguarda anche la continuità e la qualità dei servizi ai cittadini. Accanto alla povertà conclamata cresce una vulnerabilità meno visibile. Una parte dei dipendenti pubblici, soprattutto giovani, fuori sede e senza una casa di proprietà, rischia di diventare il nuovo proletariato.

Lo stipendio è regolare, ma margini esigui per risparmiare, costruire una famiglia e affrontare un imprevisto. Il posto è fisso, la vita è precaria. Una condizione condivisa da molti lavoratori privati, che smentisce l’equazione tra impiego pubblico e privilegio. Le prospettive pensionistiche prolungano l’incertezza. Nel sistema contributivo, retribuzioni modeste e carriere discontinue si traducono in pensioni inadeguate. Non è un destino uguale per tutti, ma non si può rispondere al rischio di impoverimento nella vecchiaia suggerendo di risparmiare a chi fatica già a pagare l’affitto.

La questione attraversa decenni di scelte politiche. Serve tutelare il potere d’acquisto ben oltre i rinnovi contrattuali, con interventi sul drenaggio fiscale, alloggi per chi deve trasferirsi e protezioni previdenziali adeguate. Prima di contendersi la guida del Paese, le coalizioni spieghino come rendere sostenibile la vita di chi lo fa funzionare. Un aumento contrattuale deve servire a vivere meglio, non soltanto a dichiarare di più.

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