Selvaggia Lucarelli su Ranucci: “Santo non è”
La giornalista delinea il ritratto di un uomo che sembra ormai prigioniero della propria narrazione
Selvaggia Lucarelli durante una puntata di Sognando Ballando con le Stelle
Nella sua newsletter “Vale tutto”, Selvaggia Lucarelli rompe il silenzio su Sigfrido Ranucci.
Lucarelli su Ranucci
La giornalista delinea il ritratto di un uomo che sembra ormai prigioniero della propria narrazione. Secondo lei, il conduttore di Report è scivolato in una “costruzione del martire e dell’eroe senza macchia”, alimentata da una “crescente mitomania”. Oltre che da un’infallibilità che appare “eccessiva e molto alimentata dallo stesso Ranucci”.
Il narcisismo di Ranucci, con forza nel rapporto con Valter Lavitola, descritto come un “misto di vittimismo, narcisismo e di spericolata confidenza con chi assecondava le sue mire egotiche”.
Lucarelli definisce le loro interazioni un “tripudio di mitomania a tratti ridicola”, dove il giornalista cercava conferme sulla propria popolarità e ambizioni politiche.
Una percezione di sé culminata nel libro La scelta, in cui Ranucci sembrerebbe sentirsi “Superman”. Un “supereroe” investito della “missione di rendere puro il mondo, senza curarsi delle macchie che iniziano a accumularsi sulla sua tuta”.
Le contraddizioni di un personaggio innamorato di se stesso
Le contraddizioni segnalate sono profonde, specialmente sul piano deontologico.
Lucarelli contesta il modo in cui Ranucci “mescolava relazioni e lavoro”, vantando nel suo libro rapporti con fonti e stagiste.
Particolarmente ambigua, poi, la gestione della propria sicurezza: “Il giornalista si muove con la scorta e poi mostra dove abita a pregiudicati e li invita pure a cena?”.
Inoltre, il suo memoir, inizialmente presentato come un “racconto autobiografico e rigoroso”, poi declassato dall’autore a testo contenente “parti romanzate” non appena sono emersi passaggi controversi.
“Santo non è”
Il quadro che ne emerge è quello di un uomo che, identificandosi totalmente con il proprio “personal brand”, ha generato una confusione pericolosa: “forse l’ego di Ranucci ha creato l’effetto domino”.
Lo ha portato a esporsi a frequentazioni opache. Lucarelli suggerisce che la sfida oggi sia “criticare il giornalista senza smettere di vedere la vittima, ma riuscire anche a difendere la vittima senza santificare il giornalista”.
Perché, in ultima analisi, “Ranucci santo non è”.
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