Luci e ombre nella Relazione Anac: “Troppi affidamenti diretti”
I numeri dell'autorità anti-corruzione, il monito di Busia
Anac, abbiamo un problema. Troppi affidamenti diretti rischiano di mandare a carte quarant’otto tutte le normative anti-corruzione. Detta meglio: ci sarebbero delle “faglie” nel Codice degli appalti che rischierebbero di indebolire l’impalcatura legislativa a contrasto dei fenomeni corruttivi. Faglie che, per il presidente dell’Anac Giuseppe Busia, sono “insidiose”. I numeri riportati dall’autorità nazionale anti-corruzione sono di quelli che fanno riflettere. Addirittura il 95 per cento delle acquisizioni totali in termini di servizi e forniture è giunto per il tramite dello strumento degli affidamenti diretti. “Dietro questa prassi – ammonisce Busia -, si annidano sovente sprechi, opportunismi, frazionamenti artificiosi, talvolta perfino infiltrazioni criminali”.
Anac, i numeri che inquietano
Ma non basta: “In qualche contesto, gli amministratori onesti restano più esposti a pressioni indebite, non potendo più opporre, sotto tale soglia, la necessità di un confronto competitivo”. Le cifre, stando a quanto riportato dall’Anac, racconterebbero di un “significativo addensamento a ridosso della soglia, tra i 135.000 e i 140.000 euro” che porterebbe a un “conseguente incremento degli acquisti, in tale fascia d’importo, dai 1.549 del 2021 ai 13.879 del 2025”. Secondo Busia, dunque, “negli appalti pubblici, anche più che altrove, servono tutele stringenti: controlli rafforzati, responsabilità di filiera, cantieri digitali, tracciabilità dei flussi di manodopera, formazione obbligatoria”.
L’analisi della permeabilità
I rilievi Anac riferiscono che le insidie più pericolose “si annidano nei subappalti, soprattutto quando si moltiplicano a cascata, erodendo trasparenza e responsabilità”. Dunque la considerazione del presidente: “Quando il subappalto non nasce da esigenze tecniche reali, ma da un errato dimensionamento della gara, perdono tutti: i piccoli operatori, costretti a sacrificare margini di profitto nei confronti dell’appaltatore principale; i lavoratori, depauperati di garanzie fondamentali; la collettività, privata di servizi di qualità”. Fatti, questi, e non solo considerazioni. Come fare? L’Anac ha una proposta: “Da qui, la richiesta di presìdi robusti e la nostra proposta di integrare le banche dati Anac con la patente a punti e gli altri strumenti digitali usati nel settore, così da evitare costose duplicazioni e rendere più efficaci le tutele”. Ma non basta: “Occorre, inoltre, impedire che contratti fantasma, firmati da soggetti non rappresentativi, falsino la concorrenza a detrimento dei lavoratori”.
Più Europa (negli acquisti)
Infine, per Busia, è necessario rafforzare le catene di acquisto europee: “Urge incentivare gli acquisti di prodotti europei (il cosiddetto Buy Europe). Bisognerà, però, operare in modo da non comprimere, ma potenziare la forza negoziale dell’Unione: le catene del valore interne vanno certamente presidiate, ma senza sacrificare eccessivamente l’apertura dei mercati, laddove questa sia basata su una effettiva parità di condizioni”. Un bel problema. Perché l’altro corno del dilemma, sia per quanto afferisce agli appalti che alle supply chain, è quello della burocrazia che penalizza le imprese. “Sarà richiesto un potenziamento degli acquisti aggregati a livello europeo, a partire da quelli energetici, quanto mai essenziali in questo difficile frangente internazionale. Ciò, al fine di rafforzare il potere negoziale degli Stati, altrimenti troppo deboli di fronte agli interessi di alcune potenze extraeuropee. Questo richiederà, tuttavia, piena controllabilità e maggiore trasparenza rispetto a quanto accaduto in passato”. La sfida delle sfide. A cui se ne intreccia un’altra, nel Paese che è fanalino di coda in Europa per l’occupazione femminile e per quella giovanile. “Sono ancora troppo poche le clausole per incentivare la parità di genere e l’assunzione di giovani: meno del 8% delle procedure Pnrr sopra i 40.000 euro (7.000 procedure su 96.000)”. Tuttavia, almeno su questo fronte, qualcosa si muove: “I progressi ci sono – afferma Busia -, ma restano marginali rispetto alla massa dei contratti. In molti casi, la corsa alla spesa ha frenato l’inclusione, lasciando maglie larghe e applicazioni disomogenee. Ora che il sistema è maturo, occorrerebbero obblighi chiari e criteri uniformi. Poi, controlli diffusi e verifiche integrate nei sistemi digitali”.
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