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Politica

Matteo Salvini e il processo politico all’interno della Lega

Salvini non doveva essere processato per Open Arms, ma oggi i militanti hanno diritto di mettere in discussione il leader per i tanti errori

di Alessandro Scipioni -

Matteo Salvini. ©ANSA


Chi guarda alla giustizia come a un’arma impropria da brandire contro l’avversario politico compie un atto eversivo nei confronti dello Stato di diritto; chi invece confonde le aule dei tribunali con le arene del consenso dimostra di non aver compreso la grammatica elementare delle istituzioni.

Sul versante giudiziario, la vicenda della Open Arms ha confermato ciò che il diritto penale pretende; fuori dalla norma scritta non c’è giustizia, ma inquisizione morale, e quel procedimento non avrebbe mai dovuto iniziare. Tuttavia, la blindatura giudiziaria non costituisce un lasciapassare politico. Il vero cortocircuito si consuma quando un leader, forte di un consenso plebiscitario, abdica alla ragione strategica per consegnarsi a una sequenza ininterrotta di errori tattici, trasformando la forza di un movimento identitario nel fanalino di coda di una coalizione.

La messa in discussione del leader, ossia la messa in discussione dei leader, è un pilastro di tutte le democrazie. Questo è il grande illegittimo processo, al quale stavolta Salvini non può sottrarsi.

Gli errori tattici da Papeete alle scelte di governo

La storia recente della Lega offre il manuale perfetto del declino per via endogena. L’autunno del Papeete ha dato fuoco alle polveri. Poi il tentativo ingenuo di forzare la mano al Quirinale per strappare un voto immediato, ignorando che la realpolitik parlamentare e i numeri nelle aule suggerivano altro.

Da quel momento in poi, la traiettoria del Carroccio si è smarrita in un labirinto di errori elementari. L’adesione al governo Draghi vissuta schizofrenicamente tra i banchi del Consiglio dei Ministri e le piazze dell’opposizione interna, il clamoroso autogol consumato sulla corsa al Quirinale che ha tarpato le ali a un voto anticipato favorevole. Salvini ha sbarrato la strada a Draghi per spianarla al Mattarella bis. Nel primo caso si sarebbe andati a votare e i numeri erano ancora a suo favore; e il secondo si è giocato l’egemonia nel centro-destra in cambio di non si sa quale vantaggio.

La gestione dei territori e il fenomeno Vannacci

La gestione miope per non dire rovinosa dei territori. Dalle roccaforti storiche dimenticate alle candidature-simbolo sacrificate e bruciate nelle regioni rosse, l’asse politico si è progressivamente sfaldato. Salvini non solo metteva la faccia sul voto in Emilia Romagna e Toscana, e questo potrebbe essere rischioso ma onorevole. Ma poi addirittura, consentiva a alla Ceccardi e alla Borgonzoni di non guidare l’opposizione in quelle regioni, alla faccia dei voti ricevuti dai cittadini, e di restare rispettivamente a Roma e a Bruxelles.

L’arruolamento di figure polarizzanti come Roberto Vannacci è un disperato tentativo di tamponare un’emorragia di consensi inarrestabile. Si può capire in una prospettiva che non va oltre l’immediato, ma non certo in un ragionamento più strutturato.
Salvini si faceva chiamare Capitano. Quale capitano riesce a dare ordine a un generale? Il vero risultato di Salvini è stato che Vannacci ha creato un partito che non solo gli è concorrente, ma in pochi mesi ha scavalcato la Lega che è il partito più longevo d’Italia.

Il diritto di critica a Matteo Salvini nel solco della storia leghista

Ecco perché il partito non solo ha il diritto, ma il dovere democratico di sottoporre il proprio leader a un severo processo politico. Non si tratta Inquisizione, ma di esercitare quella responsabilità di classe dirigente che non può tollerare una contrazione drastica dei consensi senza battere ciglio. In democrazia i capi si scelgono, si seguono e, quando smarriscono la bussola, si processano politicamente e nel caso si rimuovono.

Se la lega esiste è grazie a un uomo, venuto a mancare qualche mese, che si chiamava Umberto Bossi. Anche lui ha perso la segreteria, molto più per colpa di chi gli stava attorno e dei problemi di salute che ne limitavano l’agibilità, che per colpe proprie. Eppure la base gli chiese il passo indietro.
Perché stavolta la critica ragionata ed il dissenso interno viene scambiato per mero tradimento?
Io continuo a dire che è tutto legittimo.

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