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L’orologio del rapinatore. Storia un oggetto che non doveva essere iconico

Un orologio comune, finito troppe volte nei verbali: il Seiko quadrato anni ’70, presenza silenziosa nelle ricostruzioni di rapine e arresti della Milano criminale

di Andrea Fiore -


Oggi i social sono pieni di polsi patinati: Rolex, Patek Philippe, Audemars Piguet, Vacheron Constantin, Omega, Cartier. Ogni giorno un referenza da collezione, un calibro da intenditori e “prove del sonaglio”. Ma la storia non è un’esclusiva degli orologi di lusso. Spesso la fanno gli oggetti che non chiedono di farla.

È il caso del Seiko quadrato anni ’70, quello bruno, metallico dal taglio televisivo, che non finiva nei cofanetti di pelle ma nelle tasche dei giubbotti. Un orologio che non veniva fotografato nei salotti ma nelle questure. Niente pedigree, nessuna quotazione nelle aste. Aveva solo una funzione: dire l’ora a chi non poteva permettersi di sbagliarla.

Nella Milano che correva più veloce dei suoi semafori, negli anni in cui le banche aprivano alle otto e chiudevano alle quattro ma qualcuno entrava alle dieci con altri progetti, quel Seiko compariva spesso. Non era nato per essere minaccioso, ma lo diventò quasi senza accorgersene.

La cassa squadrata, profilo da mini televisore portatile, era modernità giapponese infilata in un’Italia ancora analogica. Il quadrante rosso‑bruno, filtro da sala d’attesa, rifletteva la luce come una lamiera bagnata. Il bracciale in acciaio, rigido e rumoroso che ricordava il suono dei portelloni delle filiali di provincia.

Non era elegante: era utile. E negli anni Settanta l’utilità era già una dichiarazione di intenti.

Perché un rapinatore non cercava stile, ma affidabilità, lettura immediata, zero manutenzione. Il Seiko DX con day‑date era perfetto: si leggeva in un colpo d’occhio, non si rompeva, non attirava attenzione, sembrava un orologio da impiegato, non da bandito. Era l’oggetto che non tradisce. E in certe mattine serviva esattamente quello.

Nelle rapine il tempo non è un concetto, ma un nemico. Ogni secondo è una variabile che può esplodere. Quel Seiko, con la sua grafica pulita e la lancetta dei secondi che scivola senza scatti, diventava un metronomo mentale: due minuti dentro, trenta secondi per uscire, cinque per sparire.

Non stupisce che, nelle foto d’epoca, negli arresti e nelle ricostruzioni, al polso di certi uomini compaia sempre un quadrante simile. Non era un feticcio: era un attrezzo che non chiede di essere ricordato. Un orologio che non fa scena. Fa storia.

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