Nucleare, basta fantasmi: ora servono dati e futuro
Il futuro energetico del nostro Paese potrebbe cambiare rapidamente dopo l'approvazione del DSL delega sul nucleare
Il voto del Senato del 23 settembre segna una svolta che può essere definita storica. Con 81 sì, 51 no e 7 astenuti è stato approvato definitivamente il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile: il Governo dovrà costruire una disciplina organica dell’intero ciclo, dalla realizzazione e dall’esercizio dei nuovi impianti alla sicurezza, dalla gestione dei rifiuti alla ricerca. Non significa che domani riapriranno le centrali. Significa però che, dopo quasi quarant’anni, l’Italia torna a considerare l’atomo una componente possibile del proprio futuro energetico.
Era ora, certo. Abbiamo commesso grandi errori e dobbiamo riconoscerli. La scelta maturata dopo il referendum del 1987 nacque in un clima segnato da Chernobyl e trasformò una paura comprensibile in una rinuncia strategica. Ci lasciammo travolgere da un’ondata ideologica senza misurare ciò che sarebbe venuto dopo: crescita dei consumi, industria energivora e una competizione nella quale il costo dell’energia sarebbe diventato decisivo.
Per decenni abbiamo coltivato l’illusione che gas e petrolio fossero facilmente acquistabili. La storia ci ha presentato il conto. Dalle crisi petrolifere degli anni Settanta allo shock del gas europeo del 2021-2022, le avvisaglie non sono mancate. La BCE ha ricordato che già nella seconda metà del 2021 tensioni sull’offerta e scorte ridotte avevano fatto impennare gas e greggio; nel 2022 l’energia è stata il principale motore dell’inflazione, arrivata all’8,6% a giugno. Quando rincara l’energia non aumenta soltanto la bolletta: salgono trasporti, fertilizzanti, vetro, acciaio, ceramica, chimica, alimentare. Si comprimono i margini delle imprese, cala il potere d’acquisto e si perde competitività.
C’è poi il conto geopolitico. Affidarsi massicciamente ai fossili importati significa consegnare una quota della propria sicurezza economica a fornitori esterni e alle rotte delle materie prime. Nel 2022 la dipendenza energetica italiana dalle importazioni era intorno all’81%; nel 2024 il gas rappresentava il 36% dell’energia disponibile in Italia, una delle quote più alte nell’Unione. Non tutti i fornitori sono ostili, ma l’esperienza russa ha mostrato quanto una dipendenza commerciale possa trasformarsi in leva politica.
Anche le rotte contano. Mar Rosso e Suez sono arterie vitali: secondo la Banca d’Italia, circa il 16% delle importazioni italiane di beni in valore transitava dal Mar Rosso. Basta una crisi regionale per allungare le rotte, aumentare noli, assicurazioni e tempi di consegna. Lo stesso vale per Hormuz, snodo essenziale dei traffici energetici. La sicurezza energetica entra nel prezzo di ciò che produciamo e compriamo.
Per questo il ritorno del nucleare va discusso senza religioni. Non è alternativo alle rinnovabili: deve affiancarle. Solare, eolico, idroelettrico, accumuli, reti, efficienza e nucleare possono concorrere a un sistema più pulito, stabile e meno esposto alle crisi internazionali. Nell’Unione europea l’atomo ha prodotto nel 2024 il 23,3% dell’elettricità; la Francia da sola oltre 380 mila GWh. L’Italia, che non ne produce, importa elettricità anche da Paesi che la producono con il nucleare. È difficile sostenere che il problema scompaia spostando una centrale oltre confine.
Resta il nodo decisivo: il consenso. Per troppo tempo il dibattito italiano è stato deformato da paure, slogan e interessi contrapposti. Sarebbe però un errore rispondere alla vecchia propaganda con una propaganda di segno opposto. Servono trasparenza su costi, tempi, sicurezza, scorie e localizzazione; un’autorità di controllo credibile; confronto con territori e comunità scientifica. Il nucleare non è “gratis”, e nessuna tecnologia lo è. Ma neppure è serio liquidarlo con categorie e immagini di quarant’anni fa.
Bisogna recuperare alla politica industriale ciò che l’ideologia le aveva sottratto. Il mondo è tornato duro, competitivo, instabile. Russia, Cina e Iran perseguono i propri interessi strategici; l’Europa deve tutelare i propri senza trasformare ogni crisi in una nuova dipendenza. Autonomia energetica non significa autarchia, ma diversificazione, produzione interna, alleanze affidabili e capacità tecnologica.
Per l’Italia e per l’Europa, sicurezza energetica, decarbonizzazione e coesione occidentale sono parti della stessa sfida. Tornare a discutere seriamente di nucleare non risolve tutto. Ma significa finalmente scegliere il futuro con i dati, non con i fantasmi del passato.
PER TUTTE LE NEWS DI ATTUALITA’
Torna alle notizie in home