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Politica

OLAF, il gigante investigativo Ue in cerca di una nuova missione

di Alessandro Butticé -


C’è stato un tempo in cui l’Olaf – acronimo francese di Ufficio europeo per la lotta antifrode – rappresentava uno dei simboli più credibili della capacità dell’Unione europea di proteggere i propri interessi finanziari e lottare contro l’internazionale del crimine. Era il periodo pionieristico del belga Emile Mennens e del danese Per Brix Knudsen (direttori dell’Uclaf, l’Unitá di Coordinamento della Lotta alla Frode, negli anni Novanta) e del primo direttore generale dell’Olaf, il magistrato bavarese Franz-Hermann Brüner. Gli anni tra il 2000 e il 2010, dopo i non meno importanti anni Novanta, sono stati quelli dell’espansione dell’antifrode europea, della cooperazione giudiziaria rafforzata e dell’incubazione di quello che sarebbe poi diventato il Procuratore europeo (Eppo). Un’epoca a cavallo dei due secoli in cui Bruxelles sembrava capace non solo di regolamentare, ma anche di investigare e colpire.

All’origine della condanna di Marine Le Pen

La settimana scorsa, la Corte d’appello di Parigi si è pronunciata sull’uso improprio delle indennità del Parlamento europeo tra il 2004 e il 2016 da parte di eurodeputati e assistenti parlamentari del Front National – ora Rassemblement National – tra cui la leader del partito – e candidata alla presidenza della Repubblica -, Marine Le Pen, confermandone la condanna pronunciata in primo grado.

Due indagini amministrative dell’OLAF, concluse nel 2016 e nel 2018, hanno contribuito a questo caso giudiziario, portando alla luce casi di assunzioni fittizie di assistenti parlamentari: in uno dei casi, una persona era retribuita dal Parlamento europeo ma, in realtà, lavorava esclusivamente per il partito.

Le raccomandazioni dell’OLAF hanno portato al recupero di oltre 420.000 euro a favore del bilancio dell’UE.

Fase delicata per l’Olaf diretto dal ceco Petr Klement

Chi conosce davvero le istituzioni europee sa però che l’Olaf sta attraversando da tempo una fase molto delicata. I numeri del rapporto annuale 2025 restano importanti: 597 milioni di euro raccomandati per il recupero, 254 nuove indagini aperte e quasi un miliardo di euro di entrate doganali protette. Ma dietro le statistiche ufficiali emerge una realtà più complessa.

Da pochi mesi è arrivato un nuovo direttore generale, il ceco Petr Klement, già vice procuratore europeo presso l’Eppo. Una scelta tutt’altro che casuale, dopo l’esclusione dalla terna finale del generale della Guardia di Finanza Gabriele Failla: per la prima volta l’Olaf viene affidato a una figura cresciuta proprio dentro quella nuova architettura giudiziaria e antifrode europea che, paradossalmente, ne ha ridimensionato il ruolo storico.

Klement eredita infatti un ufficio che ha progressivamente perso smalto, influenza e capacità attrattiva. Molti dei migliori investigatori dell’epoca d’oro, provenienti dai servizi nazionali, sono già andati in pensione o sono prossimi a farlo. L’età media del personale è elevata, il morale interno non particolarmente elevato. Le tensioni della lunga e controversa gestione dell’ex magistrato e politico italiano Giovanni Kessler – che ambiva ad essere il primo procuratore europeo, ed al quale ho dedicato un intero capitolo del mio libro Io, l’Italia e l’Europa. Pensieri in libertà di un patriota italiano-europeo – hanno lasciato cicatrici profonde, mentre la successiva direzione del finlandese Ville Itälä è apparsa più orientata alla gestione ordinaria che a un vero rilancio strategico.

EPPO e OLAF: la strana coppia

Nel frattempo, il mondo intorno all’Olaf è cambiato radicalmente. La nascita dell’Eppo nel 2017- diventato operativo nel 2021 – ha trasferito al Procuratore europeo la dimensione giudiziaria più incisiva della lotta alle frodi comunitarie. Europol, dal canto suo, si è rafforzata enormemente, dotandosi di specialisti economico-finanziari, analisti di intelligence e capacità operative che un tempo erano patrimonio quasi esclusivo dell’Olaf. Lo stesso rapporto annuale dell’Ufficio insiste oggi sulla necessità di ridefinire «l’architettura antifrode europea» e i rapporti tra Olaf, Eppo e gli altri attori istituzionali.

L’Architettura Antifrode Europea: da Libro Verde e Corpus Juris all’Eppo

In realtà proprio questa nuova architettura rappresenta il punto di svolta. L’Olaf, nato dalle ceneri dell’Uclaf, dopo le dimissioni della Commissione Santer legate allo scandalo del presunto nepotismo della commissaria, ed ex primo ministro francese, Edith Cresson, non è stato soltanto il precursore dell’Eppo: ne è stato il vero incubatore. Le difficoltà incontrate nello svolgimento di indagini esclusivamente amministrative portarono infatti l’Ufficio a elaborare, già con il Libro Verde del 2001, le basi del futuro Procuratore europeo, sviluppando concretamente l’intuizione del Corpus Juris del 1997, edito ai tempi dell’Uclaf. Sotto questo profilo, l’Eppo rappresenta il naturale sviluppo dell’esperienza Olaf, che, assieme all’Uclaf, ne è stato il padre storico e sostanziale. Senza dimenticare il ruolo essenziale giocato dalla Commissione Controllo Bilancio (Cont) del Parlamento europeo.  Oggi, tuttavia, l’Olaf può continuare a esistere soltanto come componente pienamente integrata della nuova Anti-Fraud Architecture europea.

Ed é qui il nodo centrale: qual è oggi la vera ragione d’essere dell’Olaf?

La risposta non può più essere quella del passato. L’ufficio antifrode europeo non può competere né con l’Eppo sul terreno penale, né con Europol su quello dell’intelligence operativa. Deve invece ritrovare una propria identità specifica, valorizzando ciò che ancora può fare meglio di altri.

Due settori appaiono decisivi. Il primo è quello del recupero effettivo delle somme frodate. Perché tra raccomandazioni finanziarie e denaro realmente recuperato continua ad esserci una distanza enorme. Gli stessi dati ufficiali mostrano che, a fronte di centinaia di milioni raccomandati per il recupero, le somme concretamente rientrate nel bilancio europeo restano modeste.

Recupero delle somme frodate

Recupero, però, non nel senso di una funzione esattoriale. Piuttosto come capacità di concludere rapidamente indagini amministrative solide, in grado di contestare tempestivamente quanto evaso o utilizzato in modo non conforme agli scopi dei finanziamenti europei e di raccomandarne il recupero. Questa funzione, esercitata con efficacia, sarebbe complementare a quella dell’Eppo, consentendo al Procuratore europeo di concentrare le proprie risorse sulle indagini penali maggiormente corroborate, evitando il rischio di disperdere energie investigative.

Frodi Iva e doganali

Il secondo ambito è quello delle frodi IVA e doganali, dove l’Olaf mantiene ancora un autentico valore aggiunto europeo. I traffici transfrontalieri, le triangolazioni commerciali, le frodi sulle importazioni e l’evasione dei dazi richiedono infatti una visione sovranazionale che gli Stati membri – non tutti dotati di una Guardia di Finanza, che tanto ha saputo offrire all’Uclaf, all’Olaf e a tutta l’Ue – da soli spesso non riescono ad avere. Non a caso il rapporto 2025 insiste molto proprio sulle frodi doganali, sull’IVA all’importazione e sulle manipolazioni commerciali internazionali.

Ma anche questo settore richiede oggi un cambio di paradigma. L’Olaf non può più operare come organismo isolato, come agli inizi della sua storia. Dovrà lavorare sempre più in sinergia con l’Eppo, essere maggiormente sensibile alle esigenze investigative degli Stati membri e collaborare stabilmente con Europol, unendo la propria competenza nelle dinamiche economico-finanziarie alle capacità di analisi operativa e strategica sviluppate dall’agenzia di polizia europea.

Non basterà cambiare qualche dirigente

Perché il rilancio sia credibile non basterà cambiare qualche dirigente o riorganizzare organigrammi. Servirà una vera revisione del regolamento Olaf da parte della Commissione europea, del Parlamento europeo e del Consiglio. Una riforma profonda, capace di ridefinirne missione, competenze e rapporti con Eppo ed Europol che è già iniziata. E sarà un’occasione storica. Non semplicemente per salvare un organismo europeo, ma per rifondarlo. Restituendogli quella credibilità internazionale, quella capacità investigativa e quella autorevolezza che aveva saputo conquistare nei suoi anni migliori, a cavallo dei due secoli.

Un nuovo smalto per l’Olaf o la sua estinzione

Naturalmente tutto questo presuppone una scelta politica chiara. Negli anni gli organici dell’Olaf si sono progressivamente ridotti, l’età media del personale è aumentata e il rischio di perdere competenze ed entusiasmo è diventato evidente. Se si ritiene che l’Olaf continui a rappresentare un pilastro dell’architettura antifrode europea, occorre investirvi con convinzione, rafforzandone risorse e professionalità. Diversamente sarebbe più coerente trasferirne funzioni e personale ad altri organismi europei, razionalizzando una galassia di agenzie specializzate nel controllo e nell’enforcement sempre più numerosa e costosa.

Perché l’Europa, oggi più che mai, dopo il Qatargate e nel pieno di una guerra ibrida e anche cognitiva, che ne mina la reputazione oltre che le finanze, ha bisogno di istituzioni efficienti. Ma anche, e soprattutto, credibili.


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