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Pochi nati, cronache di un “minimo storico”

Il Mezzogiorno, per decenni serbatoio dei nati del Paese, registra oggi le contrazioni più marcate

di Dave Hill Cirio -


I dati ufficiali diffusi ieri dall’Istat nel report “Natalità e fecondità della popolazione residente” tracciano un quadro numerico inequivocabile: l’Italia tocca un ennesimo minimo storico. Nel 2025 i nati vivi sono scesi a 355.772, con una flessione del 3,8% rispetto all’anno precedente che corrisponde alla scomparsa di circa 14mila neonati in soli dodici mesi.

Cronache di un “minimo storico”

Il tasso di fecondità medio si è attestato a 1,14 figli per donna, e le prime stime provvisorie riferite al periodo gennaio-luglio 2026 indicano una cifra ancora più contratta, pari a 1,13. Se il confronto viene esteso al picco registrato nel 2008, quando le nascite avevano superato quota 576mila, la contrazione sfiora il 38,3%, traducendosi in oltre 220mila bambini in meno registrati all’anagrafe ogni anno.

Leggere questa ultima rilevazione significa prima di tutto analizzare la composizione interna delle cifre ufficiali. Consolidano uno scenario sconfortante. La flessione non risparmia alcuna componente della natalità. E investe in modo omogeneo sia i primi figli, scesi a 174.842 unità (-3,7%), sia i figli di ordine successivo, arrivati a 127.479 (-4,8%).

È tuttavia l’articolazione territoriale a mostrare le crepe più accentuate della penisola. Il Mezzogiorno, per decenni serbatoio demografico del Paese, registra oggi le contrazioni più marcate. Evidenzia un calo del 5,3% nei primogeniti e del 5,5% nei secondogeniti. Da abbandonare, quindi, anche l’iconografia che per decenni ha accompagnato il racconto del Sud.

Genitori, se e quando

Parallelamente, prosegue lo slittamento dell’età in cui si accede alla genitorialità. L’età media al parto è salita a 32,7 anni, mentre la soglia anagrafica al primo figlio raggiunge per la prima volta in assoluto quota 32 anni. Il dato si fa ancora più rigido osservando la popolazione con titolo di studio universitario. Qui il numero medio di figli per donna si ferma a 1,09 e l’età media al primo parto tocca i 34,9 anni.

A completare il quadro, la quota di nascite fuori dal matrimonio, arrivata al 44,1% del totale. Al di là della fredda sequenza contabile, la rilevazione pubblicata dall’Istat mette in luce un meccanismo di fondo che trascende ampiamente le contingenze congiunturali. E’ la cosiddetta “trappola dell’eco demografico”.

La riduzione del volume complessivo delle nascite non deriva soltanto da una minore propensione individuale alla maternità. Pesa la progressiva contrazione quantitativa del bacino di potenziali madri. Le donne oggi in età feconda appartengono infatti alle generazioni nate a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Allora, il tasso di sostituzione generazionale era già sceso al di sotto dei 2,1 figli necessari al pareggio demografico. Di conseguenza, anche di fronte a un’eventuale stabilizzazione dei desideri riproduttivi delle coppie, il numero assoluto dei nati continuerebbe a ridurre il proprio perimetro. Ciò, a causa dell’assottigliamento strutturale della platea femminile di riferimento. I numeri rendono palese come il rinvio delle scelte familiari fino alle soglie dei 35 anni comprima inevitabilmente la finestra biologica utile per l’arrivo di un secondogenito o terzogenito. Evidenti la sovrapposizione tra la conclusione dei percorsi di studio alto e l’ingresso ritardato nel mercato del lavoro. Ma pure le condizioni di precarietà reddituale e la diffusa difficoltà di reperire soluzioni abitative accessibili. Un collo di bottiglia temporale in cui il progetto genitoriale viene sistematicamente rimandato.

Giovani coppie penalizzate

Non sembra una disaffezione valoriale verso la famiglia, ma l’adeguamento delle condotte personali a un contesto socio-economico che penalizza chi sceglie di fare figli in giovane età. La quota crescente di nascite fuori dal matrimonio (44,1%) conferma inoltre come i modelli di formazione delle famiglie siano mutati profondamente rispetto al passato, senza tuttavia riuscire a compensare la perdita generale di natalità. L’elemento di maggiore novità contenuto nelle tabelle Istat sta dunque nella consapevolezza che il “minimo storico” non può più essere letto come un picco emergenziale o un’anomalia passeggera.

Si tratta piuttosto di un andamento matematicamente prevedibile, il cui saldo negativo si autoalimenta anno dopo anno. Trattare questi dati come una notizia inaspettata significa ignorare che il numero dei nati di oggi determina in modo vincolante il potenziale demografico dei prossimi trent’anni. Senza interventi strutturali capaci di agire sull’autonomia dei giovani e sui servizi alla prima infanzia, i dati Istat non rappresentano la fotografia di un momento eccezionale, ma l’anticipazione ordinaria dei report che verranno formulati domani. È proprio questa spirale silenziosa a trasformare il consueto bollettino d’autunno in un’analisi improrogabile per la tenuta del sistema sociale ed economico del Paese.

La progressiva contrazione della forza lavoro e l’aumento dell’indice di dipendenza generazionale smetteranno presto di essere proiezioni per diventare la realtà concreta con cui l’Italia dovrà fare i conti nel corso dei prossimi anni.

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