Se lo sport è un diritto, deve essere per tutti
©Imagoeconomica. Immagine generata con IA
C’è una rivoluzione silenziosa che rischia di passare inosservata. Lo sport è entrato nella Costituzione italiana: non un semplice “ritocco” normativo ma il riconoscimento che lo sport è una componente della qualità della vita e della crescita di una società. Una scelta che porta con sé una precisa visione politica e che ha avuto nel ministro Andrea Abodi e nell’attuale esecutivo due protagonisti decisivi. E ormai ci siamo quasi: il 22 settembre saranno trascorsi tre anni dall’entrata in vigore della modifica dell’articolo 33, approvata nel 2023. Da quella data la Repubblica riconosce “il valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell’attività sportiva in tutte le sue forme”. È stato un passaggio storico, ora bisogna chiedersi quanto sia entrato nella vita quotidiana: lo sport può essere un diritto sulla carta, ma il rischio è che nei fatti sia ancora una possibilità legata al reddito familiare e alla presenza di infrastrutture adeguate sul territorio. Fare sport costa: quote di iscrizione, attrezzatura, trasferte e tornei. E quando i figli sono due o tre, la spesa diventa una voce importante del bilancio domestico.
Politica sportiva concreta: rendere reale il diritto allo sport
Una delle sfide di una politica sportiva ben pianificata è quella di evitare che quel costo diventi una barriera; se lo sport ha una funzione sociale, bisogna creare le condizioni perché quella funzione possa essere esercitata davvero attraverso la creazione o il potenziamento di impianti pubblici e palestre scolastiche e il supporto reale ad associazioni sportive che ogni giorno tengono aperti campi e strutture. La politica deve aumentare gli spazi, favorire tariffe accessibili e sostenere chi porta lo sport nei quartieri e nelle periferie. L’investimento non è soltanto un nuovo stadio o l’organizzazione di una competizione internazionale, è anche permettere a un bambino di avere un campo o una piscina sotto casa e a un anziano di mantenersi attivo. Grandi eventi, infrastrutture e nuovi impianti stanno restituendo allo sport un ruolo e una visibilità che va oltre il risultato agonistico, e l’inserimento nella Costituzione è il tassello “più alto” di questa nuova visione. La ciliegina sulla torta in un certo senso.
Ma proprio perché abbiamo fatto un passo avanti sui principi, dobbiamo farne altrettanti sulle opportunità. Il talento non guarda il conto in banca. Un bambino non dovrebbe scoprire di essere bravo a nuotare, correre o giocare a tennis soltanto se la sua famiglia può permettersi di pagare. La sfida dei prossimi anni è non soltanto costruire campioni, ma fare in modo che nessun potenziale campione venga fermato prima ancora di poter cominciare. Lo sport in Costituzione è una conquista. Ora bisogna fare in modo che quella conquista entri nella vita quotidiana degli italiani. Riconoscere un diritto è il primo passo, renderlo davvero accessibile a tutti è quello che trasforma una norma astratta in una politica sportiva concreta.
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